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È il bradipo il maestro di vita perfetto secondo Denis Grozdanovitch

Cesare Cavalleri mercoledì 4 agosto 2010
Non è un manuale di bon ton il Piccolo trattato dell'arte di vivere, di Denis Grozdanovitch (De Agostini, pagine 304, euro 16,90), il cui titolo originale francese, tradotto, suona come "Piccolo trattato di disinvoltura". Si tratta di fogli di diario, in lucida prosa, il cui senso ultimo, più che un elogio della lentezza, è un invito a interrogarci se davvero vale la pena di assecondare la frenesia che ci assilla, per recuperare la distanza, la visione contemplativa che dà rilievo alla quotidianità. Nessun atteggiamento polemico nei confronti della modernità, da parte di Grozdanovitch, che di frenesia e di competitività è esperto, essendo stato tennista campione di Francia juniores nel 1963, e campione francese di squash dal 1975 al 1980: adesso però, a 64 anni, preferisce gli scacchi, e scrive su Libération. La domanda cruciale è: «E se il tempo guadagnato grazie all'intervento della velocità fosse inutilizzabile ai fini della felicità?». Grozdanovitch risponde con una citazione di Baudouin, che sintetizza un aneddoto tratto da un romanzo di Lloyd G. Douglas: «È possibile che una dozzina di vite siano salvate oggi, in Michigan, dalle nuove scoperte della chirurgia. Ma ce ne sono altrettante perdute a causa dell'invenzione dell'automobile». Del resto, la millenaria saggezza cinese avverte: «Quello che si guadagna da un lato lo si perde dall'altro». Non si creda, con questo, che Grozdanovitch sia un nostalgico ipocondriaco: tutt'altro. È spiritoso e lieve, ed è un piacere sentirlo raccontare le abitudini del bradipo, animale «così poco dotato per la competizione», che tuttavia mantiene stampato sul muso una specie di ieratico sorriso; oppure sentirlo rievocare il rapporto affettivo con il suo gatto ermafrodito, intelligentissimo e indolente, fedelissimo e prezioso tanto da giustificare il culto che gli Egiziani riservavano a Bastet, la dea gatto, lunare come l'Artemide dei Greci. Tremende le pagine in cui Grozdanovitch rievoca le visite alla nonna novantenne, ricoverata in un ospizio perché fuori di mente, ma in singolare simbiosi con un burattino a cui prestava una voce in falsetto che gli permetteva di insultare i visitatori e di dire le scomode verità normalmente censurate dal superego. E ci sembra di condividere con lo scrittore le giornate di vacanza ad Agios Matheos, villaggio dell'isola di Corfù, «lunghe, languide ore nel rumore delle onde mescolato alle grida dei bambini sulla spiaggia, alle infinite conversazioni in greco sulla terrazza del caffè... Vaga sonnolenza e sogni a profusione». Ozio? Non proprio. Intense riflessioni interiori, il gusto di assaporare la vita nel momento esatto in cui la si sta vivendo. Non privo di erudizione, Grozdanovitch non è insensibile al fascino intellettuale di Nietzsche, per cercare di capire che cosa abbia realmente voluto dirci il filosofo, mitissimo e gentile nella vita, e ormai preda di «veri e propri battaglioni di guastatori del Grande Esercito Universitario che, con l'aiuto di abili sofisticherie (come una mossa a scacchi!) si ingegnano a far dire all'opera del filosofo (per la verità sufficientemente eclettica da consentirlo) ciò che la moda del momento impone, adottandola e conferendole alla fine a forza di sottigliezze un significato rispettabile e politicamente corretto». Grozdanovitch non azzarda interpretazioni e, a conclusione della visita alla casa di vacanze del filosofo nell'Alta Engadina, non gli resta che registrare «un immenso lago d'un verde scuro, cupo, impenetrabile, che si estendeva a perdita d'occhio». En passant, Grozdanovitch si dichiara «buon cattolico romano».