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«Contadini, unitevi!»: il Manifesto della terra

Maria Romana De Gasperi venerdì 9 settembre 2016
È forse perché sono nato in una numerosa famiglia di contadini che ho subìto, quando ancora era possibile goderne, il fascino della vita dei campi, delle grandi famiglie patriarcali, dell'avvicendarsi delle stagioni scrutato nei passaggi più sottili e quasi invisibili, della fatica e gioia della raccolta. Anche per questo ho cercato di seguire nel corso degli anni l'evoluzione del mondo contadino, dapprima le sue lotte e le sue rare conquiste, poi l'abbandono della terra, poi il lento ritorno alla terra di piccoli gruppi di giovani – già negli anni Settanta – nel mentre le multinazionali si impadronivano delle grandi estensioni per il grande mercato. È pensando a quei piccoli gruppi di coraggiosi che, contro ogni senso comune, hanno scelto di farsi contadini anche quando venivano dalle città, che ho letto con vera passione i polemici, coraggiosi saggi di un'economista che ha saputo farsi studiosa, propagandista, attivista di un ritorno alla terra illuminato e coerente. Parlo di Silvia Pérez-Vitoria, di cui Jaca Book ha appena pubblicato l'ultimo volume di una ideale trilogia che ripropone anche per il nostro tempo e per il nostro futuro una nuova centralità dell'agricoltura. I titoli precedenti – Il ritorno dei contadini (2007), La risposta dei contadini (2011) – di denuncia ma anche di analisi, di inchiesta, di riflessione. L'ultimo ha un taglio diverso, come indica il suo titolo: è un agile Manifesto per un XXI secolo contadino che del manifesto ha il piglio e la decisione. È diviso in quattro movimenti: Dissidenza, Rabbia, Impostura, Rottura. È una sintesi dei lavori precedenti, parte dalla rabbia nei confronti della mercificazione della natura e del disprezzo che le portano le grandi aziende e gli Stati, preoccupati del profitto di pochi e incuranti della fame di tanti e del disastro ecologico che ne consegue; analizza l'impostura ideologica che vi sta dietro, e che sta dietro anche a tante finte soluzioni "romantiche" oggi alla moda; dichiara la rottura indispensabile con le ideologie dello sviluppo che continuano a venirci propagandate e imposte, mortificando i nostri bisogni primari; e propone infine una radicale dissidenza da questo stato di cose, un attivismo cosciente. Se «abbiamo perso il controllo delle nostre vite» è urgente «recuperare territori per viverci, semplicemente»: «Si può tornare indietro, farsi da parte, fermarsi, riflettere,ricominciare…». Un arduo cammino di lotta, probabilmente perdente anche per le imposture con cui si manipolano le nostre convinzioni, e che bensì è indispensabile (un'ultima cosa rilevante: nel suo savio radicalismo, l'autrice non mette in bibliografia neanche un titolo sullo «sviluppo sostenibile»).