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“Volevo tacere”, poi Márai dice la sua sull'Ungheria e il nazismo

Cesare Cavalleri mercoledì 6 settembre 2017
Di Sándor Márai, mondialmente celebre per il romanzo Le braci, Adelphi sta pubblicando tutte le opere, e anche questa rubrica si è occupata, in tempi diversi, di Il gabbiamo, di Sindbad torna a casa, e di quel pertinentissimo romanzo che è Il sangue di san Gennaro, dove lo scrittore ungherese mostra di aver colto a fondo l'essenza della napoletanità. Adesso è in libreria Volevo tacere, nella traduzione di Laura Sgarioto (Adelphi, pagine 160, euro 17,00), un libro che, come si arguisce dal titolo, Márai avrebbe preferito non scrivere, perché è una dolente requisitoria sul comportamento dell'Ungheria dal giorno dell'Anschluss, 13 marzo 1938, quando Hitler invase e si annetté l'Austria, al 19 marzo 1944, quando i carri armati nazisti varcarono i confini ungheresi, prima che l'Ungheria, alla fine della guerra, entrasse nell'asfissiante orbita sovietica. Il testo, scritto tra il 1949 e il 1950, era stato dato per disperso, ma è stato ritrovato nel 2013 presso il Museo di Letteratura Petöfi di Budapest. La reticenza di Márai, fervente patriota, è ben comprensibile, perché il comportamento dell'Ungheria non fu certamente esemplare: il convinto, anche se non violentemente persecutorio, antisemitismo ungherese simpatizzò col nazismo, e la Germania hitleriana fu considerata un ipotetico baluardo contro il bolscevismo: «Noi fermeremo i nazisti sul Reno, e i nazisti fermeranno i comunisti sul Volga», pensavano i gentiluomini ungheresi che in pubblico si indignavano contro l'aggressione dell'Austria da parte di Hitler.
All'epoca dell'Anschluss, Márai era un acclamato scrittore e giornalista trentottenne, accolto nei salotti dell'aristocrazia benché di estrazione borghese, fedele a un metodo di lavoro che gli imponeva di scrivere ogni mattina trentacinque righe – prima in matita, poi a macchina – la cui sistematicità si era già tradotta in svariati volumi. Nonostante tutto, la vita in Ungheria – ancora pesantemente classista, con un forte potere dei latifondisti – scorreva in apparente normalità, mentre un grave lutto colpì lo scrittore: «In quei mesi io fui colpito da un grande dolore personale: morì il bambino che avevamo avuto dopo la penosa attesa di lunghi anni di matrimonio sterile, e con il suo funerale ebbe inizio un processo di cui avrei preso coscienza solo molto tempo più tardi. Chi non ha mai sepolto il proprio figlio non può capire. Fu come ricevere un vaccino contro il dolore, un vaccino che mi immunizzava contro ogni grande, primario senso di perdita percepibile da un essere umano». Bastano queste righe per cogliere qualità della scrittura di Márai, la sua profondità umana, la virile malinconia con cui contemplava le sorti del mondo. E Volevo tacere è il libro di un grande scrittore che si fa storico senza smettere di essere scrittore. Quando il primo ministro Pál Teleki seppe che le truppe sovietiche avevano attraversato i confini ungheresi per precipitarsi a invadere la Jugoslavia, senza avvertire il governo ungherese, nelle stesse ore fu anche informato «che la moglie, per la quale nutriva un profondo, fervido amore, soffriva di una malattia mortale, incurabile. Una volta apprese le due notizie, salutò la moglie in clinica per l'ultima volta, poi salì alla Fortezza, si chiuse nei suoi appartamenti ministeriali e si sparò alla testa. Morì sul colpo».
Márai auspicava un ruolo per la «borghesia umanista» che seppe «traghettare il mondo dalle sponde del feudalesimo a quelle del parlamentarismo costituzionale, del liberalismo e del sistema di produzione capitalista» e si domandava se quanto rimane di tale spirito «possa guidare le masse contemporanee dal capitalismo a un socialismo occidentale a misura d'uomo, costruito sui veri fondamenti del cristianesimo». La domanda è tuttora aperta. Lo scrittore concluse negli Stati Uniti il suo esilio e, affranto per la morte dell'adorata moglie, si sparò un colpo di fucile il 22 febbraio 1989. Aveva 89 anni.