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Villeggiatura anni Sessanta tra asfalto e voci di spiaggia

Alessandra Zavoli giovedì 14 luglio 2022
Voli a prezzi stracciati. Basta un clic e prenoti il mondo. Senza contare che ormai esistono "app" che ti organizzano la vacanza in ogni minimo dettaglio: alberghi, ristoranti, concerti, visite guidate. Alla ricerca di un posto, fosse pure allo sprofondo, purché faccia tendenza. Com'era, invece Sergio, la villeggiatura negli anni 60?
«Un sogno che diventava realtà, Ale. Dalle brume invernali di una vita casa e lavoro, alla spensieratezza d'una agognata trasferta in cui mollare finalmente gli ormeggi, era un attimo. Ci si imbrancava tutti in una sorta di leggerezza. Una migrazione comandata da un orologio stagionale. Che magicamente ne scandiva gli usi e le consuetudini. La chiusura delle grandi fabbriche del Nord, era il segnale convenuto. Si replicavano puntuali gli stessi riti. La 600 stracarica fino al tetto di valigie tenute insieme da una ragnatela di elastici. E la famiglia al completo, compressa nell'abitacolo: cane e uccellino in gabbia, inclusi. Poi nel 1964 arrivò l'Autostrada del Sole. La inaugurò Aldo Moro. E subito quel lunghissimo serpente di asfalto che avvicinò il Sud al Nord scavalcando montagne, tagliando pianure, lasciandosi alle spalle fiumi e vallate, si trasformò nell'anticamera dell'Eden. Finché un'estate dopo l'altra, l'Italia diventava sempre più corta. E le isole che sembravano così lontane, quasi sperdute nel Mediterraneo, d'un tratto erano a portata d'auto. L'inattesa deriva del miracolo italiano».
Com'era d'estate la tua Rimini?
«Prodiga di lusinghe e di promesse. Di giorno la vita in spiaggia, un mosaico di ombrelloni e sdraio che pareva non finisse mai. Bikini castigati, cappelli di paglia, sfide all'ultimo tamburello e un nuovo gioco che diventò subito contagioso: una pista di sabbia con una serie di curve a parabola. Dentro ci correvano palline di plastica sulle quali c'era attaccata la foto e il nome dei ciclisti che partecipavano al Giro d'Italia. E poi. Cento lire per tre canzoni nel juke-box mentre dalle ceste di vimini degli ambulanti, una scia dolce e avvolgente profumava l'aria di ciambelle di zucchero croccante. La sera con il rito delle vasche lungo il Corso, una lenta processione indugiava davanti alle vetrine godendosi la brezza che veniva dal mare e un gelato da passeggio».
E c'era ancora quella tua bella invenzione? La Publiphono?
«Quella era la voce delle estati romagnole. Io Glauco Cosmi e Gino Pagliarini ci eravamo già inventati molti anni prima Voci della Città. Due giradischi americani e un microfono di Radio Tripoli alimentati da un generatore recuperato in aeroporto, collegati a un gruppo di altoparlanti: grazie a questo congegno diffondevamo le news. Una prima radio popolare. Poi più avanti decidemmo di chiamarla Publiphono. Fu un successo. 150 altoparlanti raccontavano i fatti della giornata, davano consigli su dove mangiare, cosa vedere e cosa fare. E lo facevano su 15 chilometri di spiaggia. Non era mica uno scherzo. Anche perché questa nostra diavoleria assolveva pure a un compito materno. Quando sulla spiaggia un bimbo si perdeva – il che accadeva una infinità di volte – Publiphono con una voce pacata e gentile diceva: "È stato smarrito un bimbo, indossa un costumino di colore rosso". Lo ripeteva una, due, tre volte. Fino al ritrovamento del piccolo. L'Amarcord dell'estate di quegli anni è anche questa».