Rubriche

«Vietato lamentarsi» il cartello già famoso ridice grandi verità

Salvatore Mazza sabato 22 luglio 2017
Ormai è forse diventato il cartello più famoso del mondo. E sicuramente quel «Vietato lamentarsi», che ha campeggiato per alcuni giorni davanti alla porta della stanza di papa Francesco a Casa Santa Marta, merita tutta l'attenzione che ha suscitato. Perché, al netto delle battute, e anche della sua origine motivazionale, proprio per il luogo in cui è stato collocato è una di quelle cose che incuriosisce e sicuramente fa pensare.
Infatti, a meno che non si voglia ridurre la cosa a una mera boutade, quasi che quel cartello non fosse altro che l'equivalente "papale" delle scritte che di tanto in tanto i nostri figli appiccicano sulle porte delle loro stanze, non ci si può non interrogare sul valore che Francesco – che nulla dice o fa per caso – ha voluto attribuire a quel semplice «vietato lamentarsi». Che, di sicuro, non è un invito a chi varca quella soglia a non stordirlo di recriminazioni, ma qualcosa che va al di là. Qualcosa che rimanda immediatamente all'invito a essere cristiani gioiosi del quale, sulla scia dei suoi predecessori, papa Bergoglio ha fatto una bandiera. Perché se la gioia, come insegna il Concilio, è la chiave di tutto, nell'essere e nel presentarsi come seguaci di Cristo, deve essere questo il carattere costitutivo del credente, quello da cui «tutti riconosceranno».
Una gioia aperta e contagiosa, perché «se noi vogliamo avere questa gioia soltanto per noi - come disse nel maggio del 2013 nell'omelia della messa mattutina a Santa Marta - alla fine si ammala e il nostro cuore diviene un po' stropicciato, e la nostra faccia non trasmette quella gioia grande ma quella nostalgia, quella malinconia che non è sana. Alcune volte questi cristiani malinconici hanno più faccia da peperoncini all'aceto che proprio di gioiosi che hanno una vita bella. La gioia non può diventare ferma: deve andare. La gioia è una virtù pellegrina. È un dono che cammina... predicare, annunziare Gesù, la gioia, allunga la strada e allarga la strada. È proprio una virtù dei grandi... È il dono che ci porta alla virtù della magnanimità. Il cristiano è magnanimo, non può essere pusillanime... E proprio la magnanimità è la virtù del respiro, è la virtù di andare sempre avanti, ma con quello spirito pieno dello Spirito Santo… Chiediamo al Signore questa grazia, questo dono dello Spirito: la gioia cristiana. Lontana dalla tristezza, lontana dall'allegria semplice ... è un'altra cosa. È una grazia da chiedere».
Parole in cui si riverberano profondamente le molte, splendide pagine di Magistero dedicate alla gioia cristiana da Benedetto XVI, secondo il quale «la gioia profonda del cuore e anche il vero presupposto dello "humor"», tanto che «lo humor, sotto un certo aspetto è un indice, un barometro della fede». Di più, anzi, «una delle regole fondamentali per il discernimento degli spiriti potrebbe essere dunque la seguente: dove manca la gioia, dove l'umorismo manca, qui non c'è nemmeno lo Spirito Santo, lo Spirito di Gesù Cristo. E viceversa: la gioia è un segno della grazia. Chi è profondamente sereno, chi ha sofferto senza per questo perdere la gioia, costui non è lontano dal Vangelo, dallo Spirito di Dio, che è lo spirito della gioia eterna».
Perché, alla fine, la gioia cristiana non è un atteggiamento, ma un'attitudine: quella che faceva scherzare papa Pacelli sulla sua «pessima salute di ferro», che apriva sempre al sorriso il volto di Giovanni XXIII, e che faceva rispondere a Giovanni Paolo II, a chi gli chiedeva come stesse durante uno dei suoi ricoveri al "Gemelli": «Non lo so, non ho ancora letto i giornali». La stessa attitudine che ha indotto papa Francesco ad appendere quella scritta, «Vietato lamentarsi», davanti alla sua porta.
Per ricordare a tutti che, ogni giorno, è necessario fare a Dio il sacrificio di essere felici.