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Una foto, mille parole. Pompei come non si era mai vista

Giuseppe Matarazzo lunedì 29 gennaio 2024

Dal libro "Interno Pompeiano" (5 Continents) di Luigi Spina: la Casa dei Quattro Stili

«Solo quaranta chilometri mi separano da Pompei. Eppure da Santa Maria Capua Vetere verso Napoli niente lascia presagire che cosa vedrò. Tra speculazioni edilizie, inquinamento, tensioni sociali, questa terra ha dimenticato la forza creativa dei suoi avi. Ora sono qui. Lungo la Via Stabiana a calpestare l’antico basolato usurato dal passaggio dei carri, degli animali e delle persone che in questi luoghi vissero. Un vento leggero e fresco mi invita a guardare l’orizzonte. La strada antica volge a un declivio che spinge il mio sguardo fino al Vesuvio, che tutto domina». Il fotografo campano Luigi Spina, autentico “ricercatore di bellezza”, fra arte e architettura, ci conduce alla scoperta di Pompei. Lo fa come nessuno ha fatto: nel 2020, quando tutti vivevamo una vita sospesa, nelle nostre case, lui entrava nelle case dell’antica Pompei, si muoveva da solo fra quelle mura e su strade d’altri tempi che hanno visto e hanno resistito ad altre tragedie. Con una fotocamera Hasselblad H6D-100c con le ottiche e senza l’ausilio di alcuna luce artificiale, Spina si è immerso in una Pompei deserta e silenziosa. E l’ha restituita a tutti in un libro che è un capolavoro, il miglior libro di architettura e design del 2023 per il Financial Times: Interno Pompeiano (5 Continents, pagine 480, euro 150, stampa a sei colori, con 274 immagini selezionate fra i 1450 scatti realizzati nelle esplorazioni solitarie da Spina).

«Ascolto il ritmo di una città – scrive il fotografo nelle prime pagine del libro - che, per quanto abbia smesso di esistere, nasconde ancora tracce di coloro che ci vissero, che pensarono, forse per un solo istante, ancorché prima dell’ultimo respiro, che nel bene e nel male era semplicemente il luogo dove nacquero e vissero. Un barlume nella mente che segna l’unica sicurezza che abbiamo. L’appartenenza. E così mi avvio verso la Casa del Menandro e poi a quella dei Ceii. La via stretta e senza fronzoli, minimalista, non aiuta a prevedere gli spazi di queste domus che riflettevano il gusto, la cultura e le economie di famiglie che credevano nel ruolo della casa. Gli spazi architettonici e decorativi, insieme, concorrono a definire la personalità di chi vi dimora. Entri nell’atrio e la luce dal compluvium crea una scena teatrale. Gli occhi si adattano lentamente. Non mi muovo. Attendo che la casa si rianimi davanti al mio sguardo».

Un passo dentro e si accende la meraviglia. «All’improvviso i rossi, poi i gialli e i verdi. L’azzurro. Un fiume di colori investe i miei occhi. Faccio fatica a distinguere le forme geometriche, colonne, festoni, capitelli e figure umane, animali, mitologiche. Le pitture pompeiane sono un inno alla vita. Rivelano, ancora oggi, la cultura, i sogni, il mito e la fede di questa gente. L’Iliade, l’Odissea, il mito di Arianna, quello di Venere, Diana e Atteone, la fanciulla Europa e il Toro, il supplizio di Dirce. E poi sacrifici e paesaggi urbani e naturali. La descrizione meticolosa, scientifica, di flora e fauna. Entrare nella Casa dei Ceii è un colpo al cuore. Dall’atrio, a distanza, vedi animali di ogni specie. Tori, leoni e lupi, scene di caccia. Il giardino è la descrizione di un mondo. Tutto su una parete».

Mondi nati per essere eterni, in una città che, contrariamente a quanto si possa pensare, «celebra la vita come nessun altro luogo al mondo». Perché «la casa a Pompei è un inno alla vita, progettato per lasciare un testimone alle generazioni che verranno. In primis a figli e nipoti. Fa credere con fermezza che quello è un luogo sicuro dove vivere e forse rifugiarsi». Il vulcano è lì. E «ci ha insegnato che non esistono certezze e che, spesso, dobbiamo adattarci al cambiamento». Eppure sotto la cenere, sotto le macerie, dopo secoli, l’anima (come il fuoco) non si perde. «L’anima di Pompei mi accoglie tutti i giorni – scrive ancora Spina -. Dalla Regio I alla IX in ogni casa scopro mondi. Universi». Ed ecco che «la morte è quanto mai viva. È parte di queste esistenze senza farne mistero, senza timori né paure. Pompei scorre. Ancora oggi. La città riprende vita in un modo diverso. Tutti vogliono qualcosa da Pompei. Ognuno ha le proprie domande, i propri dubbi. Ci si confronta, a modo nostro, con il frammento umano di un’altra epoca». Probabilmente «non troveremo certezze. Scopriremo un mondo che si poneva gli stessi interrogativi e che, spesso, aveva la capacità di trovare risposte nell’unico luogo possibile. L’animo umano». Quello che accompagna tutte le epoche e tutte le persone. Ci rende uguali. Sempre e per sempre.

Nel 1787, J.W. Goethe, nel suo “Viaggio in Italia”, annotava: «Domenica andammo a Pompei. Molte sciagure sono accadute nel mondo, ma poche hanno procurato altrettanta gioia alla posterità. Credo sia difficile vedere qualcosa di più interessante. Le case sono piccole e anguste, ma tutte contengono all’interno elegantissime pitture. [...] Un posto mirabile, degno di sereni pensieri». A più di due secoli di distanza Spina scrive: «Ho un ricordo assai preciso di certi pomeriggi trascorsi a Pompei. Al nostro arrivo, diretti alla Regio I, al posto di guardia, quell’odore di caffè appena fatto... Soltanto noi e i custodi. Nel mondo infuriava la pandemia. Su quel marciapiede, lungo Via dell’Abbondanza, noi ad assaporare quel caffè. E, un momento dopo, verso una domus, sul limitare del giorno, a inseguire la luce soffusa del tardo pomeriggio di una giornata di quegli anni senza inizio e senza fine. Sento sulla mia pelle l’aria di Pompei intrisa del tempo che si rinnova sempre fino alla fine dei tempi. Essere Pompei è riconoscere la propria esistenza».

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