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Un moto decisivo: sport in Costituzione

Mauro Berruto mercoledì 12 maggio 2021
Quando nel 1946 i membri dell'Assemblea Costituente iniziarono a lavorare al testo della nostra Costituzione, si trovarono di fronte alla necessità di determinare una discontinuità rispetto allo sport che nel ventennio precedente era stato strumento di regime, di propaganda, di (tentativo) di affermazione della superiorità di una razza. Per quel motivo la parola "sport" rimase fuori dalla Carta costituzionale. Dopo settantacinque anni quei presupposti non esistono più. Al contrario lo sport è oggi uno strumento di inclusione per eccellenza. Basta fare un giro nelle squadre giovanili di qualsiasi disciplina per vedere con i propri occhi il modello della società di domani: ragazze e ragazzi che non si pongono il problema di differenze di colore della pelle, di provenienza culturale o di credo religioso, ma che semplicemente collaborano per realizzare un obiettivo comune: un gol, un canestro, una meta, una schiacciata. Una nemesi perfetta per quel modello di sport che, nella prima metà del Novecento, voleva dividere il mondo e che oggi, al contrario, il mondo lo unisce. Inoltre, come evidenziato dalla letteratura scientifica, lo sport è uno degli strumenti fondamentali per generare qualità della vita e conseguente risparmio al Sistema sanitario nazionale.
Ecco perché è definitivamente arrivato il momento di proporre un'azione, trasversale alle forze politiche, tesa a colmare un vulnus: l'inserimento della parola "sport" nella nostra Costituzione per determinare e sostenere un diritto, capace di dialogare in maniera necessaria con altri due diritti, quello alla salute e quello all'istruzione. Non sarebbe un fatto metaforico, ma la definitiva necessità di politiche pubbliche post-pandemiche di impulso e sostegno alla cultura del movimento. Lo sport post-pandemico, soprattutto quello di base, non potrà più contare esclusivamente su investimenti privati e sul denaro delle famiglie, come successo negli ultimi 75 anni. Servirà un cambio di paradigma, in grado di innescarsi soltanto se il nostro Paese riconoscerà lo sport come un bene essenziale, perché oltre al valore intangibile (inclusione, appunto, rispetto, socializzazione, prevenzione) mai come oggi è chiaro il valore tangibile, misurabile, oggettivabile, per esempio nel settore della salute.
Se queste premesse sono vere (e lo dimostra la letteratura scientifica), per cambiare questo paradigma non basta più uno stimolo culturale, come successo fino a oggi. Devono cambiare le condizioni. Le nostre scuole e le nostre città devono far parte di un ecosistema che attragga, favorisca, sostenga la cultura del movimento garantendo un diritto allo sport da esercitare in un modo transgenerazionale, accessibile, economico, democratico che passa attraverso la re-immaginazione degli spazi urbani e la dignità della disciplina sportiva nella scuola, in particolare nella scuola primaria. Servono azioni che nascano e scaturiscano da un'applicazione diretta di un principio costituzionale. Se oggi occorre agire sull'enorme emergenza del presente con sostegni e ristori, nello stesso momento dobbiamo immaginare e costruire un modello nuovo.
Quando la parola "sport" comparirà nella Costituzione sarà un bellissimo giorno e, da quel momento, finalmente guarderemo alla cultura del movimento con occhi completamente nuovi.