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Tv2000, Nembrini e la verità di Pinocchio

Andrea Fagioli mercoledì 28 dicembre 2016
Con l'idea che abbiamo oggi di televisione, quella di Franco Nembrini, educatore per vocazione, è una sorta di anti-televisione per eccellenza. Eppure lui insiste. Dopo Dante e la Divina Commedia, ecco Collodi e Le avventure di Pinocchio o più esattamente L'avventura di Pinocchio, come vuole il titolo del programma in onda ogni lunedì, per dieci prime serate, dal 19 dicembre, su Tv2000 con la regia di Nicola Abbatangelo. “Avventura” al singolare rispetto ad “avventure” al plurale sta a dire che quella di Pinocchio è l'avventura di tutti noi. Carlo Lorenzini, detto Collodi, con quel «C'era una volta...» non un re, bensì «un pezzo di legno», ha messo da parte le cose eccezionali per parlare dell'umanità nella sua essenza quotidiana. «Non era un legno di lusso – ci racconta –, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze». Lorenzini veniva considerato un ateo imbevuto di idee risorgimentali mazziniane, mentre Nembrini, sulla scia illustre del teologo e cardinale Giacomo Biffi (autore del fortunato saggio Contro mastro Ciliegia), ritiene che quella storia scritta nella seconda metà dell'Ottocento altro non sia che la riproposizione in forma di fiaba della storia cristiana della salvezza. Di capitolo in capitolo, il professore bergamasco spiega il senso religioso legato a personaggi, situazioni e avventure che fanno parte della memoria di tutti. Con un bancone da falegname al posto della cattedra (non poteva essere diversamente), Tv2000 ci propone una scenografia essenziale ma suggestiva, che punta sulla materia del legno e sugli effetti della luce per aiutare a rileggere con occhi diversi la favola di Pinocchio come se fosse l'eterna commedia umana tra costante desiderio di infinito e bassezze nel rincorrere un'idea sbagliata di libertà. In tutto questo Nembrini è solo in scena, a parte il pubblico in penombra e un giovane attore nei panni del burattino. Per quasi un'ora propone un monologo classificabile, appunto, come anti-televisivo correntemente inteso. Ma le indiscusse capacità affabulatorie del protagonista rendono l'ascolto piacevole oltre che istruttivo, dimostrando che anche così si può fare buona televisione: non importano i lustrini, basta avere qualcosa da dire e saperlo dire.