Rubriche

Traduzione del 7 giugnoParole di Benedetto Croce

Luigi Miraglia giovedì 21 giugno 2018
«Per decadenza e fine di una civiltà non s'intendono gli esaurimenti e superamenti e le sostituzioni che spontaneamente avvengono e che quotidianamente si preparano, onde alla civiltà greco-romana successe la cristiano-ecclesiastica e a questa la cristiano laica o, particolareggiando, alla civiltà dell'umanesimo e del rinascimento quella dell'illuminismo e all'illuministica la liberale … perché in queste successioni, e attraverso questi rivolgimenti, la tradizione è serbata, e tutti ancor viviamo, pur con cangiate relazioni e proporzioni e prospettive e accentuazioni, dei pensieri e delle opere e dei sentimenti dei greci e dei romani e della chiesa medievale dell'umanesimo e del rinascimento e dell'illuminismo, che sono parti attive della nostra anima, per modo che la privazione di alcune di esse sarebbe da noi risentita come una dolorosa e vergognosa mutilazione; e questo è il senso vivo del progresso, conservazione e innovazione ad una. La fine della civiltà, di cui si discorre, della civiltà in universale, è non l'elevamento ma la rottura della tradizione, l'instaurazione della barbarie, ed ha luogo quando gli spiriti inferiori e barbarici, che, pur tenuti a freno, sono in ogni società civile, riprendono vigore e, in ultimo, preponderanza e signoria. Allora questi, incapaci di risolvere in sé innalzandola a maggiore e miglior potenza la esistente civiltà, la scalzano, e non solo soverchiano e opprimono gli uomini che la rappresentano, ma si volgono a disfarne le opere che erano a loro strumenti di altre opere, e distruggono monumenti di bellezza, sistemi di pensieri, tutte le testimonianze del nobile passato, chiudendo scuole, disperdendo o bruciando musei e biblioteche e archivi, e facendo altre e simili cose, come si è visto e si vede, o che questo accada per ignoranza e incuria, o per allegro spirito di distruzione, o per meditato proposito. I rappresentanti della civiltà, e coloro che sarebbero disposti e volenterosi di continuarne o ripigliarne l'opera, sono posti in condizione d'inferiorità e d'impotenza, ancorché l'animo loro resti indomito e non si accasci come chi si vede privo dei mezzi pratici del suo fare e deve ripiegarsi, disperando, su sé stesso in un modo di vivere che è semplice attesa della morte. Di ciò gli esempi non occorre cercarli nelle storie remote, perché le offrono quelle dei giorni nostri in tanta copia che perfino se n'è in noi attutito l'orrore».