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Tra gruppi e fazioni il Belpaese resta diviso anche in letteratura

Alfonso Berardinelli venerdì 14 ottobre 2016
Una cosa che a noi italiani appare del tutto naturale e che sorprende gli stranieri è la nostra inguaribile faziosità, partigianeria, rissosità di gruppo. La nostra vita sociale e politica ne è ammalata da secoli. Non abbiamo mai capito l'unità e lo Stato nazionali, capiamo benissimo e con una prontezza quasi animale la logica della fazione, la formazione di gruppi, la lotta fra gruppi, l'affiliazione a gruppi, la paura di non farne parte o venirne esclusi. Come individui indipendenti siamo piuttosto vili. Come membri di partiti e fazioni siamo sfacciatamente pugnaci e facinorosi. Questo, senza dubbio, nella società e nella politica. Ma nella cultura? Lo scrittore inglese Tim Parks , che vive da tempo in Italia e ci conosce abbastanza, ha scritto per la New York Review of Books un articolo (riproposto nel numero del 13 ottobre di Internazionale) in cui si chiede se c'è un rapporto fra la nostra narrativa di oggi e il nostro modo di vivere. La risposta ovviamente è «sì». Gli autori italiani possono anche mettere sotto processo quel vizio nazionale (ma antinazionale!), resta comunque il fatto che «scrivono per appartenere». Ricordo che molti anni fa, in seguito a un mio gesto pubblico che sembrò inspiegabilmente individualistico un intervistatore e noto scrittore mi chiese: «Ma lei chi vede?». Cioè: a quale gruppo appartiene? chi la protegge? chi c'è dietro a guardarle le spalle? Risposi in modo beffardamente evasivo, ma capii che il problema in Italia è l'inspiegabilità, l'inconcepibilità dell'individuo e dei suoi comportamenti se non rimandano a uno schieramento, a un'appartenenza. Senza un gruppo non esisti. Se il gruppo ti esclude non conti niente o sei sospettato di viziosità nascoste, di storture morali inconfessate. Il nostro maggiore classico, Dante, fu esiliato da Firenze, fu condannato a morte dalla fazione nemica e non poté mai rivedere la sua patria cittadina. A sua volta non fu certo immune da sentimenti faziosi (contro Genova, Pisa, Siena). Parks fa molti esempi, alcuni giusti, altri assai discutibili (incredibilmente parla di Eco e Saviano come se fossero due esiliati e incompresi in patria). Il suo articolo è interessante. Ma la cosa che fa pensare di più, in lui come in altri osservatori stranieri, è da un lato la capacità di vedere in noi evidenze che noi non vediamo e dall'altra la difficoltà a capire quali sono i nostri autori migliori. Il Nobel a Fo e l'Oscar a Benigni lo dimostrano. L'italiano, visto da fuori, resta un pittoresco stereotipo.