Rubriche

Superlaico, autopoietico, a segmenti

Pier Giorgio Liverani domenica 22 ottobre 2006
Essere laici è poco, perché «la laicità può convivere comunque con una fede». E allora, timoroso del contagio da convivenza, Eugenio Scalfari si dichiara «assoluto non credente». Una specie di superlaico, che non crede a nessun assoluto fuorché al suo? Se è così, viene da chiedersi perché continui a «porsi il problema del senso delle cose» e della vita, come ha detto a Torino, commemorando Norberto Bobbio (Repubblica, martedì 17). «È sapendo che siamo destinati a morire che la nostra vita trae un senso [...] Il senso diventa ed è la vita stessa [...] Per me il senso sta quando si agisce, è l"azione [...] C"è sempre un senso singolo per ogni nostra azione; è un senso, è una vita a segmenti [...] Il senso è quella vita che si dissolverà [...] Al di là non c"è nulla». Decisamente queste sono soltanto parole, soltanto una scappatoia fin troppo facile all"interrogativo profondo sul senso della vita e Scalfari, che è un Eugenio (cioè un "ben nato", non un ingenuo), è certo capace di qualcosa di meglio che una semplice tautologia. Se ogni cosa, se ogni azione avesse un proprio senso in sé stessa, non dato da un Altro, non ci sarebbe bisogno di chiedersi quale sia il senso dell"esistenza del Creato (la somma contraddittoria di tutti i sensi?) né dell"uomo, che non sarebbe diverso dall"animale e dalle cose, giacché tutto è «destinato a morire» e «al di là non c"è nulla». A meno che l"uomo non si ritenga autopoietico, cioè che si è fatto da sé. Chissà come? Scalfari conclude: altrimenti «non rimane che il suicidio». Non si accorge che anche il suicidio è un"azione e, dunque, ha un senso e non può essere un"alternativa valida al non-senso.Quanto all"«assoluto», infine, pare un po" autocelebrativo: può esser letto come un"affermazione che è Scalfari stesso il senso di sé. Questa, però, sarebbe una rinuncia al valore del dubbio e può un superlaico fare a meno del fondamento dell"essere laico? Meglio la fede e la ragione.L"OGGETTO MISTERIOSO«A Verona la Chiesa attende la linea di Ratzinger» (La Stampa, giovedì 19), «Oggi la rotta del Papa per la Chiesa italiana» (Europa). Fra i tanti titoli dei quotidiani di questi giorni questi due documentano bene una certa incapacità del giornalismo di cultura cosiddetta "laica" di comprendere i motivi per cui tanti cristiani sono convenuti a Verona e ciò che vi sono andati a portare e a cercare. In particolare quella strana cosa che si chiama comunione. Duecentoventisei Chiese italiane che da almeno un anno lavorano attorno a una Speranza, che riuniscono i loro «Stati generali» (Europa) dando la parola a migliaia di delegati (come, per esempio, nessun congresso politico ha mai fatto), sarebbero andati a Verona solo per sentirsi dettare «la linea»? Se erano «Stati generali», se (il Manifesto) «cresce il dissenso» (dai medesimi giornali enfatizzato oltre misura), perché si sarebbe attesa «la rotta del Papa»? Non vorrei essere frainteso, ma Benedetto XVI stesso ha detto di voler offrire ai convegnisti "una riflessione". Davvero la comunione ecclesiale che, almeno dal Concilio a oggi, pervade il popolo di Dio, è per i "laici" l"oggetto misterioso.
ANTICHITÀIl presidente dell"Arcigay, Sergio Lo Giudice, ha detto polemicamente: «L"amore sessuale è ben più antico del cristianesimo» (Corriere della sera, venerdì 20). E allora? Il peccato tormenta l"umanità fin dal suo nascere.