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Sulle mode di massa la critica è d'obbligo

Alfonso Berardinelli venerdì 14 dicembre 2018
È tardi, è molto tardi, ma bisognerà cominciare a dirlo: le mode che travolgono i giovani dai tredici ai trent'anni (ormai sembra che la giovinezza non voglia finire e la maturità non maturi mai), le mode che trasformano sempre più precocemente i nostri figli dominando le loro abitudini, la loro mente, la loro vita non sono, non devono essere considerate come una simpatica, innocente, innocua fatalità che è proibito criticare. Tatuaggi che coprono braccia, mani, viso, anelli e chiodi di ferro che bucano naso, orecchi, lingua, sopracciglia, tagli di capelli orribilmente caricaturali e ossessivamente barbarici: insomma, tutto l'apparato che fa dei giovani la materializzazione di fantasie maniacali, ci parla del modo in cui entrano o rifiutano di entrare nella vita adulta, nella realtà, nella società. È tutta una nevrosi ossessiva dell'apparire. Da un lato del fare impressione, dall'altro del volersi mimetizzare somigliando alla maggioranza dei propri coetanei. Ma la più potente di tutte le mode, la più invadente, ipnotizzante, irresistibile è da mezzo secolo quella della musica variamente rock, pop, punk, rap e dei suoi luoghi e raduni di massa, discoteche e grandi concerti. Non si tratta di amare la musica, certe canzoni, certi cantanti scegliendo certe loro qualità e caratteristiche. Oggi quella musica non è più neppure musica. È un martellante fragore, è lo strumento sonoro per manifestazioni di massa prive di contenuto culturale, prive di idee, di invenzione e fantasia artistica come era invece avvenuto negli anni sessanta. Per caso mi è capitato di dare un'occhiata in tv a uno degli ultimi concerti dei Queen, con il simpatico Freddie Mercury posseduto da un'energia inesauribile e una mobilità forsennata. La suggestione era indubbia. Ma la cosa impressionante, spaventosa, era l'apparizione della massa sterminata degli spettatori, una ondeggiante massa di materia umana posseduta da quei ritmi, un tutto senza individui completamente sottomesso al potere magnetico di un uomo solo che percorreva il palco da un lato all'altro esaltando sfrenatamente la sfrenatezza, evidentemente sotto l'effetto di una droga che ne moltiplicava la già eccezionale vitalità. Nelle mode di massa, nella massa dominata dalle mode c'è qualcosa che inquieta e spaventa. L'individuo vi si immerge e sparisce. Le mode sono una scuola di conformismo, sono paura della libertà, impotenza creativa, rito tribale, annullamento della coscienza critica, fobia della consapevolezza di sé. Una cultura che accetti le mode senza giudicarle pubblicamente non rinuncia forse alle proprie responsabilità sociali?