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Sulle due sponde: la lettera di Franco e la vita di Diallo

Mauro Armanino martedì 11 aprile 2017
Avrebbe voluto morire nel mare assieme all'amico col quale era partito. Ha fatto naufragio ed è sparito nel mare mentre lui, Diallo, era imprigionato a Sabha in Libia. Una delle tante prigioni finanziate e volute dall'Occidente che allarga le sue frontiere armate. L'hanno informato una volta a Tripoli, prima di prender il mare per la terza volta. Voleva morire come quelli che prima di lui sono annegati nei suoi occhi pieni di paura. Battelli di sabbia e di gomma che affondano tra le onde quando il Mare Nostro si allea col nemico. La prima volta erano 132 e l'acqua riempiva il battello. L'elicottero li ha sbarcati a Tripoli e poi internati per qualche mese. Liberato coi soldi della famiglia, Diallo ritentato il viaggio del mare. Lo Zodiaco fa nove metri e lui coi compagni sono 123. Avvicinati da "militari" libici sono rimorchiati sulla terra ferma. Un'altra prigione li custodisce e tra i torturatori ricorda un nigeriano e un originario del Gambia. Diallo voleva morire nel mare come il suo compagno. Spezzavano assieme il pane di un futuro che avrebbero voluto nuovo per tutti.
«Carissimo un paio di giorni fa ho ricevuto (e condiviso) il tuo 12° racconto. Una preziosa testimonianza di persone "di carne e sangue" che lottano per sopravvivere. Qui da noi farli accettare anche solo almeno come esseri umani sta diventando sempre più difficile. Si sente sempre più parlare di forni, come per gli ebrei (anche l'antisemitismo sta aumentando pericolosamente), o di cannonate ai barconi di migranti».
Avrebbe voluto morire nel mare con l'amico col quale era partito. Ora lui è arrivato a destinazione. La Città Sommersa che continua a crescere in popolazione e tra non molto organizzerà il primo censimento da quando è stata istituita. Una Città di giovani, donne e bambini. I pochi vecchi sono lasciati sulla riva del mare della Città. Di loro parlava Fabrizio de André quando cantava che all'«ombra dell'ultimo sole s'era assopito un pescatore e aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso». Diallo voleva raggiugere l'amico, il compagno nella Città ormai Sommersa e popolata di sogni che continuano il viaggio. Lui, tramite un amico, voleva raggiungere l'Italia per continuare a studiare filosofia. Lo rapinano i ribelli nel Mali, l'abbandonano i tuareg nel deserto in Algeria, lo detengono in Libia dove passa il tempo tra la prigione, le sessioni di tortura e i naufragi nel Mediterraneo. Per questo voleva raggiungere il compagno e amcio, e cenare assieme nella Città Sommersa. Attorno a un bicchiere di vino stagionato e accanto a un pescatore con una specie di sorriso.
«Non c'è più un discorso che appartiene a qualche schieramento politico (soprattutto di destra) ma sta diventando trasversale. Anche il vocabolario sta cambiando: quelli che arrivano non sono più "profughi", ma "clandestini". E hai voglia di fare il paragone coi nostri nonni emigranti, partono subito tutta una serie di distinguo circa i modi di essere, l'onesto e la cattiveria. L'aria che si respira comincia a essere avvelenata. Viene coltivata la paura del diverso. Alcuni vorrebbero "misericordiosamente" far fuori i disabili (mio figlio ad esempio), ma per i profughi monta su l'odio, immotivato e ingiustificato. Ogni tanto esce fuori qualche tipo pronto ad ammazzarne uno solo perché è "negro"».
La famiglia gli ha pagato più volte il viaggio per il mare. Sua madre piangeva al telefono e gli chiedeva di tornare. Diallo pensa che l'ultima volta sono in 16 a essersi salvati dal mare profondo. Tenta ancora di farcela, prima in Tunisia e poi in Marocco. Non ci riesce a causa delle frontiere cambiate in muri, nel frattempo. Infine ricorda che la filosofia è l'amore della saggezza e per viaggiare vende uno dei due cellulari. Tardi si accorge che era quello con la foto dell'amico.
Niamey, aprile 2017