Rubriche

Sturges e la coscienza civile degli sconfitti

Goffredo Fofi venerdì 3 dicembre 2021
Questa rubrica prende il titolo da un film del 1941, per l'esattezza quello che si inventarono i distributori italiani della Paramount a guerra finita perché nell'originale si chiamava Sullivan's Travels. I viaggi di Sullivan, parafrasavano quelli di Gulliver e dichiarando in tal modo un'impegnativa ambizione ironico-filosofica non estranea al gruppo di registi e sceneggiatori (Mitchell Leisen e Billy Wilder tra gli altri) che si raccolsero in quella casa di produzione attorno al magistero del grandissimo Lubitsch (che ebbe tra gli altri il merito, come Fritz Lang e altri, di far venire in America, anche a proprie spese, un bel giro di artisti della Mitteleuropa antinazisti e spesso ebrei, compreso l'irriconoscente Brecht). In anticipo sulle polemiche del neorealismo, Sturges raccontava di un regista hollywoodiano di commedie di successo pieno di sensi di colpa, che vuol fare un film impegnato dal titolo Fratello, dove sei? (lo riprenderanno tanti anni dopo i fratelli Coen, partendo proprio da Sturges) e per farlo si maschera da vagabondo alla Jack London e finisce, i documenti glieli hanno rubati ed è creduto morto
ammazzato, in un carcere dove vede i “dimenticati”, gli scarti della società, gli “ultimi” che voleva narrare, esultare di gioia alla visione non di un film “impegnato” ma di cartoni animati e di vecchie comiche. Scriverà anni dopo il grande Palazzeschi, in chiave anti-zavattiniana: «Abbasso il neorealismo! Viva il Technicolor!» ed esaltando i musical e Totò. Da amico di Sturges, Billy Wilder si convertirà, dopo grandi film “impegnati”, dopo L'asso nella manica e Viale del tramonto, a far solo commedie, convinto della necessità di divertire il grande pubblico dei “normali”, dei proletari e del ceto medio, per far loro dimenticare i propri guai, e però in modio intelligenti e “critici”, cinicamente istruttivi. È questo un vecchio dilemma della storia del cinema che esprime, diciamo, una necessaria dialettica tra le
ragioni del divertimento e quelle dell'aiuto a pensare, oggi
malamente confuse. e le seconde pressoché sconfitte in una melensa mescolanza dei generi. I “dimenticati” del titolo italiano dei Viaggi di Sullivan erano i dannati della terra, gli emarginati, i poveri, gli “"Sconfitti”. (E oggi lo siamo un po' tutti, ci ricorda il titolo del bel libro di Corrado Staiano edito dal Saggiatore, parlando peraltro non dei miseri ma degli italiani-con-coscienza-civile.)