Rubriche

Splendore e illusione

Roberto Mussapi martedì 15 luglio 2014
«Oh, eccellentissimo oro! Chi possiede l'oro ha un tesoro che guida le anime al Paradiso». Lo scrive Cristoforo Colombo nei suoi diari, e non sta lodando l'ovvio valore economico del metallo. Che l'oro significhi ricchezza è un fatto assodato, ma qui Colombo, straordinario marinaio e mistico, sta esaltando il valore religioso del metallo, intonandosi a tutti coloro che nell'umanità ne hanno celebrato il valore simbolico. Dagli egizi con il culto del Sole, quasi tutte le civiltà e religioni ne hanno percepito il significato immediato e profondo: lo splendore che fa apparire immortale la materia. L'oro è la manifestazione della luce assoluta dello splendore divino, e per ricavarlo, e farlo splendere, è necessario penetrare nei meandri della terra, nel buio, scoprendone le tracce e riportandolo alla luce. Da sempre - e nella stessa vicenda che ha inizio con Colombo, e culmine con il genocidio delle civiltà autoctone in nome dell'oro - il valore simbolico del metallo può essere in un istante equivocato con quello economico, e quindi con il Potere. Insomma ogni civiltà tende a forgiare il suo vitello d'oro, per inginocchiarsi alla materia che splende e non alla luce che la fa splendere. Dobbiamo amare lo splendore, la gioia luminosa che comunica un'anticipazione dell'eternità, non suo corpo materico, produttore di ricchezza illusoria.