Rubriche

Sgalambro e la musica: l'amore e l'odio

Alfonso Berardinelli venerdì 10 dicembre 2021
L'editore Carbonio ha ripubblicato un pamphlet di Manlio Sgalambro, Contro la musica (pagine 59, euro 9,00), già uscito nel 1994. La prefazione di sua figlia Elena spiega suo padre come uomo e come filosofo: pessimista, stravagante, scettico e “nemico del mondo”. Sgalambro fu pubblicato anche da Adelphi che lo scoprì come una specie di Cioran siciliano, letteratissimo e sofistico, abitato da una metafisica ostilità al nostro stare al mondo e magari non starci soltanto male. L'idea del pamphlet è proprio questa: la musica fa pubblicità al mondo e questo la rende immorale, priva di ethos, non si dice quale. Se Sgalambro fosse un po' più semplice e chiaro distinguerebbe subito: una cosa è la musica-melassa, che ci accompagna dovunque, ora assordante e ora in sottofondo nelle sale d'aspetto, nei supermercati, in radio e dagli auricolari mentre facciamo altro. C'è poi la musica da ascoltare davvero con la mente immersa nell'udito, una musica, questa, che non intrattiene ma fa entrare in una dimensione che non ammette né scopi pratici né distrazioni. La polemica contro una “democrazia musicale” fondata sull'ascolto distratto, la capisco. Ma il pamphlet di Sgalambro è non solo nichilistico nei confronti del mondo ma anche esasperatamente contraddittorio nei confronti della musica. Dice “musica” e non si capisce se la sta prendendo dal lato dell'amore o da quello del disgusto: una volta ce la fa apparire come eroica e giusta rinuncia al mondo (non si sa perché), un'altra volta come subdola pubblicità al mondo inteso come bassezza, ottusità, orrore. Dopo aver citato una ventina di filosofi e di musicisti, la conclusione suona così: «Chi ascolta veramente ascolta l'ascolto. Chi ascolta veramente ascolta la fine del mondo». Due frasi a effetto prive di contenuto, perché ascoltare è un verbo transitivo, si ascolta qualcosa, una musica o un'altra, in un modo o in un altro. Quanto alla fine del mondo, la questione è sempre aperta: secondo alcuni la sua fine coincide con il suo eterno rinascere. Infine, il punto più debole del discorso di Sgalambro è la sua stizzosa astrattezza, che non gli fa distinguere Vivaldi da Beethoven, Mozart da Wagner, Schönberg da Stravinskij, o anche Paolo Conte da Madonna... Forse Sgalambro amava sia la musica che qualcosa del (suo) mondo. Ma c'è chi non sa amare senza odiare: una vera condanna.