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Selezionare la vita vizio che non muore

Salvatore Mazza sabato 1 giugno 2019
Dal Settecento in molte nazioni in cui era ammessa la schiavitù, soprattutto in alcuni stati del Nord America, prese piede la moda – chiamiamola così – di selezionare gli schiavi come fossero capi di bestiame. C'erano quindi maschi da monta e fattrici, scelti tra gli "esemplari" migliori o addirittura espressamente ordinati ai trafficanti, con l'obiettivo di "produrre" una razza di schiavi perfetta. Sempre con lo stesso fine, ossia produrre una razza perfetta – anche se in questo caso non di schiavi –, nella Germania nazista nacque il Progetto Lebensborn, per il quale in appositi centri giovani selezionati venivano fatti accoppiare per inseguire il delirante mito della razza ariana superiore. Oggi sarebbe impensabile anche solo parlare di pratiche come queste, unanimemente e universalmente esecrate. Ma a ben vedere la "filosofia" eugenetica sottesa a quelle aberrazioni è esattamente la stessa che sta dietro ai molti modi di manipolare la vita oggi tanto diffusi. A iniziare dalla diagnosi prenatale per finalità selettive, perché è «espressione di una disumana mentalità eugenetica, che sottrae alle famiglie la possibilità di accogliere, abbracciare e amare i loro bambini più deboli».
Nel riaffermare con forza una settimana fa questo principio, papa Francesco ha anche voluto ricordare come «delle volte noi sentiamo: "Voi cattolici non accettate l'aborto, è il problema della vostra fede". No: è un problema pre-religioso. La fede non c'entra. Viene dopo, ma non c'entra: è un problema umano. È un problema pre-religioso. Non carichiamo sulla fede una cosa che non le compete dall'inizio. È un problema umano. Soltanto due frasi ci aiuteranno a capire bene questo: due domande. Prima domanda: è lecito eliminare una vita umana per risolvere un problema? Seconda domanda: è lecito affittare un sicario per risolvere un problema? A voi la risposta. Questo è il punto. Non andare sul religioso su una cosa che riguarda l'umano. Non è lecito. Mai, mai eliminare una vita umana né affittare un sicario per risolvere un problema». Un approccio che non riguarda solo l'aborto ma, come disse nel 2006 Benedetto XVI a proposito dei princìpi non negoziabili, il tema complessivo della difesa della vita, in quanto appunto «questi princìpi non sono verità di fede anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede. Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l'umanità. L'azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Al contrario, tale azione è tanto più necessaria quanto più questi princìpi vengono negati o mal compresi perché ciò costituisce un'offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia stessa».
E dunque dire che «nessun essere umano può essere mai incompatibile con la vita, né per la sua età, né per le sue condizioni di salute, né per la qualità della sua esistenza», come ha fatto Francesco, vuol dire fare non un'affermazione confessionale ma un'affermazione radicalmente umana. Un'umanità che si oppone a quella «cultura dello scarto» che è «la cultura oggi dominante», e che tende a cancellare dal proprio orizzonte tutto ciò che "disturba" la nostra idea di perfezione, ivi compresi i piccoli e i senza difesa. Un'umanità per la quale bisognerebbe battersi tutti insieme, ma che forse stiamo invece perdendo definitivamente. Anche se continuiamo a dire che quelle pratiche schiaviste e naziste ci fanno orrore.