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Sei libri (tutti di carta) per capire il digitale

Gigio Rancilio venerdì 28 febbraio 2020
Sembra un paradosso ma non lo è: per capire meglio il mondo digitale servono libri di carta. Non solo perché leggendo sempre più spesso su smartphone, tablet e pc lo facciamo, senza rendercene conto, in maniera superficiale, saltando di parola in parola e di paragrafo in paragrafo. Ma anche perché la lettura di un libro cartaceo – concentrata, calma e "profonda" - ci aiuta a riflettere nel migliore dei modi e ad aprirci a ragionamenti e analisi importanti e complesse.
Non ho certo la pretesa di stilare una sorta di classifica di titoli imperdibili, ma mi limito a raccontarvi quelli che più mi sono stati utili in questi ultimi mesi. E lo faccio partendo da un titolo non recente. Ai genitori, agli educatori e a tutti coloro che non sono esperti consiglio vivamente "Tienilo acceso" di Vera Gheno e Bruno Mastroianni (Editrice Longanesi). Sottotitolo: "Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello". È un libro che, come scrivono gli autori, «parla di noi, persone, connesse tramite i social network con le parole». E lo fa con linguaggio profondo ma mai tedioso. Comprensibile – e soprattutto utile – a tutti.
Anche chi crede di avere capito qualcosa del mondo digitale, troverà estremamente prezioso "Non è mai troppo presto" di Lorenzo Lattanzi (Aracne Editore). Insegnante, educatore e vicepresidente nazionale dell'Aiart, ha realizzato una delle guide più importanti «per ripensare l'educazione nell'era digitale». Chi educa sa benissimo che per farlo bene occorrono due cose fondamentali, impegno e amore. Ed entrambe permeano ogni pagina di questo lavoro. Leggendolo scoprirete non solo qual è il contributo delle scienze cognitive per educare nell'era digitale ma anche quanto sia un'illusione quella dei cosiddetti «nativi digitali, quale debba e possa essere il ruolo della scuola e quello di genitori ed educatori».
Se la parte che Lattanzi dedica alle scienze cognitive vi avrà appassionato, non lasciatevi sfuggire "L'illusione della conoscenza" (Raffaello Cortina Editore) degli scienziati cognitivi Steven Sloman e Philip Fernbach. Il sottotitolo è "perché non pensiamo mai da soli". Se dovessi riassumerne il contenuto in uno slogan sceglierei «perché non pensiamo come crediamo e perché non siamo intelligenti come pensiamo».
Per chi sospetta che la Rete sia anche un grande meccanismo di sorveglianza, troverà pane per i suoi denti (e i suoi sospetti) nel lavoro di Shoshana Zuboff "Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell'umanità nell'era dei nuovi poteri" (Luiss editore). Come molti americani che scrivono su questi temi la Zuboff appare a volte un po' catastrofista, ma è indubbio che ciò che scrive non sia solo frutto di fantasie. Su questi temi merita una lettura anche "La dittatura dei dati" di Brittany Kaiser (HarperCollins). È un libro confronto con Alexander Nix, l'ex capo della fantomatica società Cambridge Analytica, al centro del celebre scandalo per avere utilizzato i dati degli utenti dei social per orientare le elezioni politiche americane. Si legge come un giallo, ma è realtà. Kaiser, infatti, rivela le spregiudicate tecniche digitali usate dall'industria dei big data per influenzare e manipolare le persone.
A chi si interroga sul ruolo della Chiesa al tempo del digitale, non può mancare "Comunica il prossimo tuo. Cultura digitale e prassi pastorale" (edizioni Paoline). È un importante lavoro di Massimiliano Padula, presidente di Copercom e docente di sociologia alla Pontificia Università Lateranense e alla Facoltà Auxilium. Padula, dotato della non comune capacità di approfondire temi molto complessi con una prosa lineare, si fa leggere anche da chi poco sa di digitale. Anzi, il suo lavoro è particolarmente prezioso proprio perché accompagna anche chi nel mondo della Chiesa fa ancora fatica a comprendere la rivoluzione digitale in atto, verso una nuova consapevolezza. Non per insegnare una pastorale dei media, ma per spingerci «a una pastorale mediale». Ovvero «portare l'azione della Chiesa nelle esperienze umane che rimangono tali anche quando sono vissute in tempi e spazi digitali».