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Se lo sport di base vale 4 volte tanto

Mauro Berruto mercoledì 27 maggio 2020
I segnali sono, al momento, abbastanza univoci. Al netto dell'instabilità che ci circonda, il campionato di calcio di serie A scalda i motori e il 13 giugno ripartirà. Se ne è parlato in abbondanza, abbiamo sentito tutte le opinioni: entusiasti, favorevoli, attendisti, contrari, catastrofisti. Non serve aggiungere nulla al dibattito, serve invece stimolare un dibattito nuovo. Quando potranno ripartire anche quelle 120mila società sportive del Paese, quelle che non giocano nei campionati di serie A, saranno in condizione di poterlo fare? Immaginiamo che sia settembre: quelle società che sono state capaci, fino al febbraio di quest'anno, di stare in piedi grazie a qualche piccolo mecenate e, soprattutto, a una rete di volontariato unica in Europa, esisteranno ancora? Si dice che un terzo delle società sportive stia pensando di chiudere definitivamente i battenti, di arrendersi a uno tsunami che ha travolto, in una maniera che non ha precedenti, il mondo dello sport di base.
Proviamo a immaginare uno scenario a medio-lungo termine che, peraltro, dovrebbe essere il modo di ragionare della politica, compresa quella sportiva. Il mondo della medio-piccola impresa ha tenuto in vita lo sport di base con azioni di puro mecenatismo. Tantissime volte (nello sport praticato dal Paese reale, non nelle oasi delle cittadelle sportive di Juventus, Milan o Lazio) ho incontrato contesti dove un piccolo imprenditore, la cui figlia gioca nella squadra di pallavolo o il figlio è iscritto alla scuola calcio, finanzia le attività, copre le spese, acquista le divise per gli atleti. Questa piccola impresa, oggi in ginocchio, si potrà ancora permettere di dare ossigeno a questo modello? Andiamo oltre: in ginocchio ci sono anche tantissime famiglie e a settembre, quando si tratterà di scegliere le cose che ci si può ancora permettere, quante iscrizioni al minibasket o al minirugby, quanti ingressi in piscina, quanti iscritti ai corsi di judo, conteremo? E quell'esercito di volontari che ha tenuto in piedi in maniera epica questo modello sportivo, avranno ancora il tempo, la voglia e la possibilità di farlo?
L'associazionismo sportivo italiano è sotto attacco in tutte e tre le sue direttrici fondamentali: quella delle risorse, quella dei praticanti, quella dei volontari che tengono in piedi il sistema. Sarà opportuno che gli organi competenti, sportivi e ministeriali, pensino a un vero e proprio piano Marshall, che parta dalla defiscalizzazione degli investimenti sullo sport (che permetta dunque alle società di base di poter abbassare i costi delle attività sportive, soprattutto a livello giovanile) e che riconosca e tuteli la figura del volontario sportivo. Sapete perché è opportuno? Per una semplicissima ragione: diminuire la pratica sportiva nel presente significa quadruplicare i costi al Servizio sanitario nazionale nel futuro. Non è un esempio fatto a caso e non è una opinione personale, ci sono centinaia di migliaia di pagine di evidenze scientifiche che lo dimostrano.
Un euro tolto alla pratica sportiva ne farà spendere quattro al Servizio sanitario nazionale. E voi, mi riferisco a chi dovrebbe avere la visione di un Paese nel futuro, il Sistema sanitario nazionale, lo avete già maltrattato a sufficienza, vero?