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Se l'agricoltura resta indietro

Vittorio Spinelli sabato 18 settembre 2004
La spesa europea per l'agricoltura diminuisce, il contributo dei campi alla formazione del Prodotto interno lordo nazionale pure, la fiducia dei produttori nel futuro anche. Senza contare il fatto che l'agricoltura continua ad essere il cosiddetto «anello debole» della catena alimentare. Pur se proprio i temi dell'alimentazione e della sicurezza alimentare permangono ai primi posti nelle agende politiche internazionali. Insomma, accanto agli indubbi successi del tanto elogiato Made in Italy agroalimentare, è necessario mettere anche tutto il resto del non certo roseo panorama agricolo nazionale. Almeno tre, in questi giorni, sono state le notizie non incoraggianti che sono circolate. I dati diffusi dall'Istat sull'andamento del Pil agricolo nel secondo trimestre del 2004, indicano che il comparto non riesce ad ingranare la marcia di rilancio. Il Pil cresce, ma non a sufficienza. Intanto, Bruxelles - come era già noto - continua a tagliare le erogazioni destinate alle imprese. L'Italia, infatti, secondo i dati diffusi dalla Commissione, nel 2003 ha peggiorato la sua performance in termini di spesa agricola comunitaria, da 5,7 a 5,4 miliardi di euro, pari al 5% in meno rispetto allo scorso anno. E, pur essendo con la Francia la prima agricoltura dell'Europa dei Quindici per valore della produzione e valore aggiunto, quella italiana incide solo per il 12,15% sul totale dell'erogato. Ma, «quel che è peggio - ha fatto notare Confagricoltura - è che l'Italia è in posizione di contribuenza netta rispetto alla spesa agricola comunitaria, visto che il contributo al bilancio è nell'ordine del 14% sul totale». Infine, se si guarda ai margini di guadagno che rimangono nelle mani dei produttori lungo la catena alimentare - analisi che l'altroieri ha effettuato Coldiretti - è facile vedere come agli agricoltori resti il 20% circa della spesa delle famiglie, mentre ai commercianti arriva ben il 48% e ai trasformatori industriali il 30. Detto in parole semplici, su una spesa media mensile di circa 450 euro, agli agricoltori ne arrivano solamente 99. Certo, occorre anche tenere conto dei costi di produzione, delle diverse tecnologie impiegate. Ma il dato rimane. Quali conclusioni trarre? Almeno tre. Prima di tutto, l'agricoltura non riesce ancora a liberarsi dalla posizione di ultima della classe nella catena agroalimentare. Possono esserci molteplici azioni di valorizzazione dei prodotti tipici, di affinamento della qualità dei metodi di lavorazione, ma prima che tutto ciò arrivi ad avere effetti duraturi e generalizzati sul settore dovrà passare ancora molto tempo. E' indubbio, poi, che i campi si sentano legati a filo doppio ai sussidi di Bruxelles. Sostegni che si fanno sempre più labili o che, almeno, stanno mutando con decisione. Schiacciati dal mercato, già orfani di una Unione europea che ha cambiato strategie di intervento, gli agricoltori pare stentino ancora a capire dove andare. L'individuazione della strada giusta, tuttavia, non può tardare ancora molto.