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Se Gesù e il Papa diventano videogiochi

Gigio Rancilio venerdì 1 maggio 2020

Si può giocare con la fede? La domanda è semplice, ma la risposta non lo è affatto. Perché è vero che il gioco ha da sempre un valore (costruisce relazioni, porta sollievo, diverte e spesso fa crescere) ma è altrettanto vero che non tutti i giochi sono uguali. Se poi parliamo di videogiochi, la diffidenza di molti cresce a dismisura. Eppure, quello dei videogiochi non solo è un mercato ormai enorme (vale 148 miliardi di dollari l'anno), ma assolutamente trasversale. Non giocano solo i ragazzini (come comunemente si crede), ma anche tantissimi adulti. Al punto che l'età media dei giocatori digitali è di 34 anni.

Non solo. In Italia, secondo, un'indagine di Euromedia Research e Multiplayer.it, «l'81,4% delle persone ha utilizzato un videogioco almeno una volta negli ultimi sei mesi». Mentre, secondo l'americana AARP, «il numero di utenti di età pari o superiore a 50 anni che giocano regolarmente ai videogiochi è pari al 44%». I giochi più amati dagli «over 50» sono i puzzle, seguiti da solitari e sudoku. Mentre agli ultimi posti si piazzano i cosiddetti «sparatutto».
Resta il fatto che, qualunque sia la nostra opinione sui videogiochi («sono divertenti», «no, sono una perdita di tempo») il risultato finale non cambia: giochiamo (quasi) tutti e sempre di più. Il videogioco, grazie agli smartphone, è infatti diventato una componente importante nelle nostre vite. E in questo periodo di emergenza – secondo McKinsey – il 62% degli italiani ha incrementato il tempo dedicato ai videogiochi.
Torniamo alla domanda iniziale: si può giocare con la fede? Sì, si può. Ma cosa succede se il mondo dei videogiochi scopre la fede? Il primo caso importante è datato 2018, quando una società spagnola ha prodotto Follow JC Go, che rileggeva il fenomeno Pokémon Go in salsa cattolica. Al posto di andare a caccia di "mostriciattoli" come Bulbasaur, Charmander o Pikachu, si dovevano «catturare» santi, beati e altri personaggi biblici.
Adesso però l'industria dei videogiochi sembra avere fatto un salto in avanti. Sono in uscita due titoli destinati a fare rumore. Il primo è «Pope Simulator» e permette di vestire i panni di un Papa e gestire la Chiesa. Scelto stemma e motto, ha inizio la vita quotidiana del Pontefice. Come spiegano gli autori, «tra le possibili attività, spiccano l'organizzazione di pellegrinaggi, la promozione della pace nel mondo, la moderazione dei conflitti, ma anche la gestione della strategia vaticana in più ambiti».
Ancora più impegnativo appare «I Am Jesus Christ», «un simulatore che permette di vivere la vità di Gesù Cristo». Sarà presente sulla piattaforma Steam, che vanta 20 milioni di utenti. «Il gioco simula realisticamente la vita di Gesù, coprendo il periodo che va dal Battesimo alla Resurrezione. I giocatori potranno compiere tutti i miracoli più famosi descritti nel Nuovo Testamento. Sarà possibile, per esempio, moltiplicare i pani e i pesci, camminare sulle acque, curare i malati, restituire la vista ai non vedenti e riportare in vita i morti». In totale saranno 30 i miracoli presenti nel gioco. «Non mancheranno momenti fondamentali della vita di Gesù, come la Resurrezione o il digiuno nel deserto, ostacolato dalle tentazioni del diavolo». Sarà proprio contro Satana che si svolgeranno alcune delle battaglie presenti nel gioco. Anche se non è chiaro come si svolgeranno.
Non ci sono ancora date ufficiali di uscita per questi due giochi a tema religioso (sono annunciati genericamente per il 2020), ma è facile prevedere che faranno discutere. Perché è vero che quello dei giochi (e delle tecniche di gioco) è uno dei modi più efficaci per diffondere cultura e idee (e quindi anche spiritualità e religione), ma non è secondario il messaggio che si veicola. In questo caso: prevarranno gli intrighi e le strategie del Vaticano o la fede? Ripercorreremo la vita di Gesù Cristo o quella di una sorta di supereroe con una tunica?



Il trailer del videogioco Pope Simulator



Il trailer del videogioco I Am Jesus Christ