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Se il martello referendario diventa mitragliatrice

Stefano De Martis domenica 26 settembre 2021
Lo Spid (Sistema pubblico d'identità digitale) è entrato ormai nelle vite dei cittadini come strumento ordinario di accesso ai servizi della pubblica amministrazione, dalla sanità alla previdenza. E che prima o poi potesse essere utilizzato anche per firmare online una richiesta di referendum era nell'ordine delle cose. Ma lascia stupefatti il modo in cui il meccanismo si è innescato: un emendamento al "decreto semplificazioni", approvato a luglio in seduta notturna, per di più all'unanimità. Il che è un'aggravante perché vuol dire che nessuno ha formalmente eccepito - né al momento né durante l'iter - che forse, prima di introdurre una piccola e seducente novità tecnologica dalle conseguenze potenzialmente enormi, si sarebbe dovuto provvedere a un approfondimento dei bilanciamenti necessari per salvaguardare l'equilibrio del sistema istituzionale.
Dai parlamentari sarebbe lecito aspettarsi questa lungimiranza, anche perché adesso è difficile correre ai ripari, almeno da parte di chi lo ritiene indispensabile. C'è pure chi esulta preconizzando l'avvento di una specie di democrazia referendaria, che comunque la si giudichi non è quella tratteggiata dalla nostra Costituzione. Segnerebbe piuttosto un ritorno di fiamma di quel populismo che la tragedia del Covid sembrava aver confinato in un angolo.
Beninteso, non si tratta di combattere una battaglia di retroguardia contro la tecnologia come mezzo di partecipazione - battaglia persa in partenza - ma di valutare bene tutte le implicazioni delle scelte che si compiono. Dovrebbe essere ormai chiaro che la digitalizzazione incide sulla quantità e sulla velocità dei processi al punto da determinare mutamenti qualitativi sostanziali. Già si sono visti i primi segnali di quello che potrebbe diventare un boom referendario capace di scardinare il delicato equilibrio disegnato dai costituenti, che in un contesto di democrazia rappresentativa avevano inserito limitati ma qualificanti elementi di democrazia diretta, anche come "contropotere" dei cittadini. Uno dei costituenti, il grande giurista Costantino Mortati, soleva dire che il referendum è «una martellata al sistema». Mica poco, il martello. Ma qui si rischia di passare direttamente alla mitragliatrice, anzi ai droni armati.
Ora si discute sull'opportunità di aumentare il numero delle firme richieste per presentare un quesito. Quando è entrata in vigore la Costituzione, del resto, gli elettori erano poco più della metà di quelli attuali e la quota 500mila indicata nella Carta appariva da tempo inadeguata. L'obiettivo non dev'essere quello di ostacolare in ogni modo le richieste referendarie, ma di evitare la loro banalizzazione e il loro uso strumentale. Sul tavolo dei possibili correttivi c'è anche l'ipotesi di anticipare il giudizio di ammissibilità della Corte costituzionale, come suggerito dalla proposta Ceccanti-Parrini, e di ampliare tale giudizio fino a valutare la costituzionalità della normativa che risulterebbe in caso di abrogazione. Secondo alcuni giuristi potrebbe deciderlo in via interpretativa la stessa Corte. Una prospettiva interessante dato che sulla praticabilità dei correttivi parlamentari ex-post pesa il precedente negativo del taglio del numero di deputati e senatori. La riforma è stata varata con tutti i crismi formali e una lunga procedura, ma dei bilanciamenti annunciati non si è visto per ora quasi nulla.