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Se il docu-reality diventa buona tv

Andrea Fagioli venerdì 10 giugno 2016
Con i format usurati dei cosiddetti docu-reality si scopre che si può anche fare della buona tv. A patto che ci siano contenuti, storie da raccontare, qualità delle immagini e del montaggio. Può sembrare la scoperta dell'acqua calda, ma è così. Il problema è che molto spesso mancano proprio i contenuti, le storie e la qualità tecnica, che fanno la differenza anche su un format venuto a noia. L'esempio è Italiani Made in India, il mercoledì alle 22.10 su Real Time, che racconta di sei ragazzi indiani di seconda generazione. Tra loro c'è chi è nato in Italia, chi è stato adottato da piccolo e chi invece ha raggiunto i genitori nel nostro Paese. Tutti vivono, studiano e lavorano in Italia. In ognuno di loro convivono due anime. Fanno parte di una colonia che il ministero degli Interni stima in centocinquantamila persone metà delle quali hanno meno di trent'anni. Italiani Made in India arriva dopo Italiani Made in China, ma questa volta la storia di Aroti, Dolly, Gagandeep, Gagan Padda, Mandeep e Margaret sembra più convincente di quella dei predecessori dagli occhi a mandorla. Le sei vicende raccontate sono difficili, commoventi, propongono uno spaccato su una realtà che va ben oltre i centocinquantamila indiani in Italia. Riguarda gran parte degli immigrati e anche degli adottati, un fenomeno quest'ultimo sul quale non si pone mai sufficiente attenzione. Fa male ad esempio sentire che alcuni di questi ragazzi non si sentono abbastanza amati dai genitori adottivi, che non si sentono integrati o che non si piacciano, come dice Margaret. Anche per questo affrontano «il viaggio che li cambierà per sempre» nel Paese, l'India, che hanno dimenticato o addirittura non hanno mai visto. Lì cercheranno di ritrovare la propria identità, riallacciare legami abbandonati o risanare antiche ferite. Nel corso del viaggio e degli episodi scattano anche le dinamiche di gruppo che fanno tanto reality, ma che sono anche le meno interessanti. Decisamente migliore pertanto il primo episodio con la presentazione dei sei ragazzi e le loro difficili situazioni. Buona anche la descrizione dei luoghi e le immagini, che a differenza di altri prodotti del genere appaiono molto più curate. E, come dice il proverbio indiano, «fa che sia il tuo cuore a scegliere la meta e la tua ragione a cercare la via».