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Se gli ebrei partono

Marina Corradi giovedì 9 giugno 2022
Scrive dagli Usa la reporter Avital Chizhik-Goldschmidt sul suo account Twitter: «I miei suoceri sono stati messi sotto pressione dalle autorità russe per sostenere pubblicamente la "operazione speciale" in Ucraina e si sono rifiutati di farlo. Sono fuggiti in Ungheria due settimane dopo l'invasione russa, e ora sono in esilio». Il suocero della giornalista è il rabbino capo di Mosca, Pinchas Goldschmidt. Due giorni fa è circolata una sua dichiarazione: altro che "denazificazione", diceva Goldschmidt, «la guerra di Putin in Ucraina sta portando al più grande esodo d'ebrei che si ricordi dai tempi del nazismo e di Stalin». Già metà dell'ampia comunità ebraica ucraina, secondo Goldschmidt, è riparata in Moldavia, Polonia, Israele, America. E, aggiungeva, "zitti zitti" cominciano a partire gli ebrei russi. Breve, sinistro tweet. Gli ebrei sono come una cartina di tornasole dello stato delle cose in una società: se un Paese è democratico, civile, stanno tranquilli. Se invece fanno le valigie, è un gran brutto segno. Accadde in Germania negli anni 30 del Novecento, quando i più avveduti emigrarono prima dell'Olocausto. Se poi il rabbino capo di Mosca già è partito, deve voler dire qualcosa. (Gli ebrei se ne accorgono subito: da un titolo di giornale, da una scritta sulla porta di casa avvertono l'odore dell'odio. Lo conoscono, quell'odore. E, se possono, vanno).