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Scaffale basso. Tomà, contro i prepotenti la forza della gentilezza

Rossana Sisti lunedì 7 marzo 2022

Un anno da nabbo. Nabbo, sì. Per i bambini sarà tutto chiaro ( Fortnite docet), ma per chi di Fortnite conosce a malapena il nome, nabbo è un po’ come dire schiappa. Insomma uno scarso. E Tomà scarso lo è perché senza la PlayStation e solo con il lentissimo pc di mamma non riesce certo a giocare come si deve. I compagni non lo invitano più da tempo e lui è rimasto isolato, come uno che non può competere, tagliato fuori da tutto e tutti, dai discorsi correnti e dagli amici. Anche se c’è molto di più. Tomà non ha più il papà, vive con la nonna e la mamma; ha dieci anni e quello che Salvatore Vitellino racconta in Un anno da nabbo (Giunti; 14 euro), con un romanzo sull’amicizia la gentilezza e il coraggio, è l’ultimo delle elementari, una specie di supplizio per il bambino, che tradito dall’amico del cuore, si è trovato solo, in balìa di un pugno di compagni che gli rendono la vita difficile.

Perfidi bulli che si divertono a tormentarlo, umiliarlo e a minacciarlo. L’arrivo in classe di Elena,una nuova compagna disinvolta e spigliata che sta bene in sua compagnia e diventa sua amica, sembra dare a Tomà quella forza interiore che gli manca per affrontare la vita, superare le sue mancanze e le sue debolezze. Sembra. Perché Tomà resta un bambino timido, sensibile e gentile, che non vuole piegarsi alla violenza e istintivamente arretra davanti alla prepotenza come di fronte ai propri limiti. Ascolta le storie di eroismo di gente comune che gli racconta la mamma e quelle di pugili che hanno vinto con forza di volontà contro ogni logica previsione, ma ha paura di cambiare e di crescere. Eppure toccherà solo a lui trovare una via di uscita: cercare il coraggio di credere in sé, perché solo allora riuscirà a vedere le occasioni che il mondo gli offre. Dai 12 anni

Dimenticare qualcosa succede a tutti. Più ai nonni che ai genitori o ai bambini: a volte i pensieri che si hanno in testa si ingarbugliano e rifiutano di diventare parole, allora basta distrarsi un po’, avere pazienza, poi la memoria ritorna. È quel che succede in questo albo allegro e colorato Arturo e l’elefante (Il Castoro; 13,50 euro) realizzato da Maria Giròn, artista di Barcellona che, dice la biografia ,è cresciuta in una grande casa nel cuore di una foresta.

È in una foresta, appunto, che il piccolo Arturo incontra un elefante tristissimo che ha dimenticato tutto: non sa più chi è e da dove viene. Arturo mantiene la calma , sa che quando a lui succede di avere una parola sulla punta della lingua che non vuole saperne di uscire dalla bocca, lui cerca di non pensarci e di distrarsi. E così si mette a giocare con il grosso amico, cerca di distrarlo, coinvolgendo anche gli amici, finché quasi magicamente una parola detta per caso riuscirà ad aprire lo scrigno dei ricordi. Una storia delicata che avvicina con garbo i più piccoli all’esperienza della perdita della memoria. Dai 4 anni

Un omaggio all’amicizia tra bambini e cani in questo albo firmato da Miguel Tanco, artista spagnolo di origine, milanese d’adozione. Il mio migliore amico (Edizioni Emme; 14,50 euro) è un racconto illustrato con ironia in cui chiunque abbia o abbia mai avuto un cane può riconoscersi in una relazione speciale.

E riconoscere il ritratto a più voci di una creatura morbida e affettuosa, di un fiuto, una golosità e un appetito unici, compagno di silenziosi discorsi e di avventure senza pari , antidoto alla solitudine. Un dolore lasciarlo, una gioia ritrovarlo. Un’amicizia indissolubile e per la vita che tutti i bambini dovrebbero augurarsi di provare. Dai 3 anni

Shinsuke Yoshitake è un autore e illustratore giapponese i cui albi illustrati sono noti per la capacità di descrivere con ironia la vita quotidiana dei bambini. Con Salani ha pubblicato Non si toglie! che ha ricevuto una menzione speciale al BolognaRagazzi Award del 2017. Ora Fatatrac manda in libreria Uffa, che noia! (15,90 euro) ovvero le supposizioni di un bambino sulla noia di annoiarsi. Un bisticcio di parole che ben rende lo stato d’animo infantile di fronte a sensazioni di vuoto di cui non sa darsi ragione ma sente il peso.

Dunque le domande si moltiplicano. Perché ci si sente prigionieri della noia e come si fa a scacciarla? Che fare quando i soliti giocattoli e anche la tv non riescono a essere divertenti? Di chi è la colpa? Può bastare infilarsi in una enorme ciambella o entrare in un parco divertimenti un po’ strambo, mettere in disordine? E dunque sono le cose che evadono dalla routine a essere divertenti e quindi affatto noiose? Il confine è davvero sottile ma è probabile che ci sia un altro modo di guardare all’apatia che si prova in certi giorni vuoti: mentre si cerca di trovare un rimedio all’insoddisfazione si guarda al mondo in modo nuovo. Un po’ come si fa quando lo si osserva a testa in giù. Dai 4 anni