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Rimbaud e Verlaine, genio e sregolatezza con colpo di pistola

mercoledì 4 dicembre 2013
   ​Il libro di Giuseppe Marcenaro, Una sconosciuta moralità. Quando Verlaine sparò a Rimbaud (Bompiani, pp. 336, euro 12), che pure ha vinto il Premio Acqui storia, non aggiunge molto alla sterminatissima bibliografia rimbaldiana e verleniana. Chi ha letto le 752 pagine del Rimbaud di Claude Jeancolas (autore anche dell’imperdibile Dictionnaire Rimbaud e di Les voyages de Rimbaud), le 480 pagine del Rimbaud di Graham Robb (anche in italiano), e le 548 pagine di Verlaine. Histoire d’un corps, di Alain Buisine, non impara granché dal libro di Marcenaro. E chi non sa molto di Rimbaud e di Verlaine impara solo gli aspetti scabrosi della loro relazione, mentre entrambi erano poeti, capostipiti della poesia moderna, ed è per questo che il loro nome corre per il mondo, non per lo squallore di qualche episodio della loro biografia. Anche sul lato documentario Marcenaro pubblica per esteso e talvolta in facsimile gli atti del processo di Bruxelles, a seguito del famoso colpo di pistola con cui il ventinovenne Verlaine colpì lievemente al polso il diciannovenne Rimbaud, il 10 luglio 1873; ma tutto l’essenziale dell’incartamento processuale è stranoto, compreso il referto medico dell’umiliante ispezione corporale compiuta su Verlaine. Marcenaro informa che il giudice dal buffo nome Théodore t’Serstevens (sic) era ghiotto di dolci, ma non sembra un particolare decisivo. Che dire, dopo essere ritornati per l’ennesima volta sulla torbida faccenda? Che la condanna a due anni di carcere per Verlaine appare sproporzionata per la leggera ferita inferta a Rimbaud, ma la sentenza sembra soprattutto stigmatizzare la relazione fra i due, anche se non ne fa esplicita menzione. Ci si convince che il vero «cattivo » è proprio Rimbaud che sfruttò Verlaine per i suoi esperimenti di «sregolamento dei sensi», e quando lo rivide a Stoccarda, dopo i quasi due anni di carcere, lo irrise e brutalizzò, riservandogli il suo sarcasmo nelle successive malignità con gli amici. Eppure Arthur scrisse le poesie più belle di quelle che erano state scritte prima di lui, e di quelle che verranno scritte dopo di lui. Il Pauvre Lelian, come Verlaine talvolta si firmava anagrammandosi, debole, succubo, inconcludente, si fece carico della memoria dell’ingrato amico curando l’edizione delle sue opere che, per suo merito, sono giunte fino a noi e per sempre. Va ricordato anche il ruolo delle madri dei due poeti. La madre di Verlaine, presente alla sparatoria di Bruxelles, fece di tutto per proteggere il figlio, dando soldi per il viaggio anche a Rimbaud. E la madre di Rimbaud, spesso descritta come autoritaria e bigotta, all’origine della ribellione del ragazzo, era una vedova alle prese con un ingovernabile genio adolescente, e basterebbe la lettera che scrisse a Verlaine per dissuaderlo da un proposito di suicidio per cogliere la tempra di questa povera donna che, oltretutto, pagò l’anticipo per la pubblicazione della Saison en enfer. Rimbaud, dopo l’addio alla poesia e il vagabondaggio commerciale in Africa, morirà a Marsiglia il 10 novembre 1891, dopo essersi confessato (si sono fatte chiacchiere anche su questa estrema confessione, ma le testimonianze della sorella e del sacerdote restano credibili). Verlaine, durante la prigionia, ebbe una conversione che perfino la sua povera moglie ritenne autentica: in seguito non sempre si mantenne fedele ai buoni propositi, ma il giorno prima di morire, l’8 gennaio 1896, fece chiamare un sacerdote e si confessò. Al suo funerale, Stéphane Mallarmé pronunciò un memorabile discorso in cui affermò, tra l’altro: «Paul Verlaine, son génie enfui au temps futur, reste héros».