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RICORDI DI FERRO

Guido Oldani sabato 2 luglio 2016
Marciavo, con lo zaino in spalla, ragazzino sul Monte Amiata. I boschi di castagni rispettavano delle piccole radure verdi, da ambientarci, in un film, delle apparizioni. Passando un casolare, chiesi alla vecchietta di che secolo fosse quel Cristo appeso nell'affresco. Esclamò: «Madonnina!» suono dolce e lamentoso come quello della capra di Saba. Mi venne un nodo alla gola: era una visione del sacro. Invece le tante croci basse conficcate lungo un sentiero, mi sembrarono cari segni di fede popolare, ma l'amico autoctono mi corresse: «Sono i luoghi dei morti ammazzati, colti in agguato uno ad uno, qui fuori paese». La grossa croce in ferro battuto, che mio nonno fabbro costruì per la propria tomba, venne rubata alla sua esumazione. Per i ladri non sarà facile disfarsene. Aveva realizzato anche un cavatappi in ferro, che, mentre la punta scendeva nel turacciolo, allargava le braccia del patibolo. Qualcuno se lo prese per ricordo il giorno del mio matrimonio, quasi in esilio nella nebbia. Invece quando nevicò, aiutai mia madre a scendere fin sulla strada. Sapevo che quella sarebbe stata per lei l'ultima nevicata. Come da bambino, mangiai un po' di neve da un muricciolo e ne offersi un poco anche a lei. Poi con il dito indice, lei, sulla neve intatta, tracciò una croce. Non parlammo più.