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Recovery Fund, i rischi per l'Italia

Francesco Delzio sabato 25 luglio 2020
L'entusiasmo con cui in Italia è stata accolta la decisione del Consiglio Europeo sul Recovery Fund è giustificato sul piano della diplomazia, meno su quello degli effettivi vantaggi che potrà trarne in concreto il nostro Paese. È come se avessimo festeggiato una clamorosa vittoria nella finale dei Mondiali di calcio, prima d'essere scesi in campo. La prima questione critica è di natura ontologica: nell'assetto finale scaturito da quattro giorni di estenuante battaglia in Consiglio Europeo, la maggior parte dei fondi destinati all'Italia sono diventati prestiti, ovvero debiti da rimborsare a medio e lungo termine. Ciò rende decisiva la qualità delle scelte pubbliche che verranno fatte, l'effetto moltiplicatore di risorse private che l'impiego di questi soldi pubblici riuscirà a generare, la capacità di selezionare strategie e progetti capaci di rafforzare la competitività del sistema Italia. Sarà decisiva, in altri termini, la qualità delle scelte politiche e delle competenze tecniche del Governo, da Palazzo Chigi ai principali Ministeri di spesa. Il secondo rischio è di tipo operativo: il meccanismo del Fondo impone ai Paesi beneficiari, per poter usufruire delle risorse stanziate, di mettere a terra una notevole capacità progettuale in tempi abbastanza stretti. Si tratta, ahinoi, di una capacità "statisticamente sconosciuta" alle Pubbliche Amministrazioni italiche. Basti pensare che il 70% dei contributi a fondo perduto dovranno essere impegnati dall'Italia e dagli altri membri dell'Unione entro il 2022 (la parte restante entro il 2023) e che - avendo il nostro Paese urgente bisogno di queste risorse - entro ottobre di quest'anno il nostro Governo sarà chiamato a presentare i piani dettagliati per l'utilizzo di tutte le risorse previste (sia contributi che prestiti), in coerenza con gli obiettivi di "innovazione blu" e "innovazione verde" (citando Luciano Floridi), ovvero innovazione digitale e sostenibilità ambientale, sanciti dall'Unione Europea e con le specifiche raccomandazioni fatte dalla Commissione Ue al nostro Paese. Cercando di imparare dagli errori, urge creare una cabina di regia qualificata a Palazzo Chigi che coinvolga i migliori professionisti interni alla PA (basta con il modello task force, per carità!). Da responsabilizzare con incentivi e sanzioni ad hoc, sul modello aziendale, e ai quali imporre un'intensa attività di "benchmark" a livello internazionale. Perché copiare bene dai migliori è la via più efficace, di solito, per superare ritardi di portata decennale.
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