Rubriche

Razia Sultana, avvocata delle donne Rohingya

Antonella Mariani giovedì 11 giugno 2020

Come si può, da donna, raccogliere le testimonianze di bambine e madri stuprate e mutilate della loro capacità riproduttiva per una precisa strategia di guerra, e restare salde? Come si può reggere a tutta quella pena? All'avvocata Razia Sultana lo chiedono sempre e lei risponde che «sì, è doloroso, ma qualcuno lo deve fare. Devo aiutare il mio popolo, abbiamo bisogno di giustizia». Razia Sultana ha 47 anni, è diventata avvocata da adulta perché studiare per una ragazza musulmana della minoranza Rohingya è un'impresa eroica. Nata nello Stato Rakhine, nel nord di Myanmar (ex Birmania), è tra le poche esuli che gode di cittadinanza bengalese, ereditata dal padre commerciante.

Vive a Chittagong, in Bangladesh, e batte palmo a palmo i dedali fangosi di Cox's Bazar, 150 chilometri più a sud, l'enorme campo profughi affacciato sul Golfo del Bengala, dove un milione di musulmani Rohingya si sono ammassati negli ultimi anni, cacciati dall'esercito birmano dai loro insediamenti nelle zone di confine. Il suo lavoro è aiutare le donne attraverso l'associazione che ha fondato nel 2017, la Rohingya Women Welfare Society: alfabetizzazione, sostegno psicologico, accesso a cure sanitarie, protezione dai matrimoni precoci e dalla tratta. Una rete di 60 donne lavora per lei e gestisce un rifugio per donne maltrattate.

Razia Sultana - Wikicommon

Ma Razia Sultana è anche una ricercatrice, attivista dei diritti umani impegnata in diverse organizzazioni. Dal 2016 ha intervistato centinaia di donne e ragazze scacciate dallo Stato Rakhine e da quel lavoro di ricerca sono stati pubblicati vari report ("Witness to horror" nel 2017, "Rape by command" e "The Killing fields of Aletankyew" nel 2018, www.kaladanpress.org) in cui ha dimostrato che gli stupri e le mutilazioni di massa sono stati usati come arma di guerra e di pulizia etnica contro il popolo Rohingya da parte dell'Esercito di Myanmar, Paese a maggioranza buddhista.

Con quei documenti in mano, nel 2018 parlò al Consiglio di sicurezza dell'Onu, prima appartenente alla minoranza Rohingya ad avere accesso al Palazzo di Vetro, e gridò in faccia al mondo, con un discorso appassionato e con le lacrime agli occhi, la verità che nessuno voleva sentire. Denunciò le violenze e sessuali e le violazioni dei diritti umani contro 2il mio popolo". Off the records raccontò di aver pianto quando a una 16enne chiese «In quanti hanno abusato di te?» e la sua risposta fu «Solo tre». Grazie anche a quell'appassionato discorso, l'Onu inserì l'Esercito di Myanmar nella lista nera, con la richiesta al governo di fermare le violenze contro le minoranze, e stanziò per la prima volta fondi per indagini sui crimini di guerra.


Razia Sultana non ha paura. Nel 2019 è stata tra le" donne coraggiose" premiate dal Dipartimento di Stato americano con il riconoscimento "International women of courage". «Anch'io come donna Rohingya che lavora a fianco delle altre donne ho subìto minacce e intimidazioni e sperimentato molestie – racconta ad Avvenire –. Ma la paura non mi ferma, essere un'attivista per i diritti umani comporta sempre rischi».

Donne della minoranza Rohingya in fila per ricevere aiuti alimentari a Cox's Bazar - Archivio Ansa

I suoi rapporti impietosi e faticosi perfino da sfogliare trovano riscontri nell'inchiesta avviata dal Tribunale penale internazionale contro i militari birmani per pulizia etnica e genocidio nei confronti delle minoranze. Crede che ci potrà essere giustizia, avvocata Sultana? «Credo nella pressione internazionale che la Corte dell'Aja può esercitare – continua –. Questa inchiesta è una voce contro l'ingiustizia e indica chi sono i colpevoli e l'amministrazione statale che sta dietro di loro. Cercheranno di far fallire l'inchiesta, la causa dei Rohingya ha molti nemici. È compito nostro mantenere alta l'attenzione e continuare a chiedere che si fermino le atrocità. Le vittime hanno bisogno di giustizia e tutta l'umanità deve sapere che nessuno ha il diritto di opprimere le minoranze».