Rubriche

Raccontare cronaca vivendola da dentro

Goffredo Fofi venerdì 11 dicembre 2015
Dovessi consigliare un libro da proporre, approfittando del Natale, a un giovane italiano di oggi perché lo legga e ne impari, non avrei dubbi: La frontiera di Alessandro Leogrande (Feltrinelli). L'autore è un amico, e ho qualche imbarazzo a segnalarlo, ma il suo libro è veramente notevole, utile a capire in che mondo viviamo e la rete complessa di motivi che spingono tanti a cercare, dai Sud e dagli Est del pianeta, una via di scampo in Europa, ma anche la rete complessa di resistenze che questi enormi avvenimenti (questa enorme mutazione che il mondo sta vivendo, che tutti siamo costretti a vivere) suscitano negli europei più chiusi, più attaccati a un'idea di società ormai perduta, più egoisti, più condizionati dalle gran chiacchiere dei media e dei politici. Leogrande si è mosso da Patrasso alle nostre piccole isole mediterranee alla frontiera nordestina e in capitoli densi di storie (mi hanno colpito quelle dei fuggiaschi dalla dittatura eritrea e dalla violenza libica) ricostruisce vicende tragiche di gruppi e di singoli. Scava nelle motivazioni delle persone, nelle loro illusioni e delusioni con un rispetto insolito per i nostri scrittori-giornalisti. Nel grande filone europeo e mondiale del reportage narrativo, che ha illustri antenati, per esempio, nel nostro Carlo Levi e in Truman Capote, su fino a Kapuscinski e al premio Nobel di quest'anno, Svetlana Aleksievic, La frontiera è probabilmente il titolo italiano recente più significativo, perché più coinvolto, dopo Gomorra. Mi ha colpito in particolare il capitolo finale, quello in cui l'autore si sofferma nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma davanti al terribile quadro del Caravaggio che rappresenta, dopo averne illustrato il momento della vocazione, il supplizio di san Matteo, in cui il pittore si è ritratto in atto di assistere impotente all'azione del boia. Nello sguardo di Caravaggio l'autore vede se stesso: «Dipingendo il proprio sguardo, definisce l'unico modo di poter guardare all'orrore del mondo». È «dentro la tela, accanto alle cose, non fuori col pennello in mano. Eppure sa anche che il suo sguardo è inefficace, non cambierà il corso delle cose. Non impedirà l'omicidio...». La sua impotenza è la nostra, dice Leogrande, il suo sguardo è «il nostro nei confronti dei viaggi dei migranti e della violenza politica o economica che li genera... quando non è già, fin dal principio, connivente con la lama dell'aguzzino».