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Quella poesia che non è poesia (ma solo «bolo»)

Cesare Cavalleri mercoledì 23 ottobre 2013
Dopo Umana gloria (2004) e Pitture nere su carta (2008), si riflette nello «Specchio» mondadoriano un terzo libro di Mario Benedetti, Tersa morte (pp. 96, euro 16). Attenzione al titolo: «Tersa» è proprio «tersa» (sinonimi: pulita, linda, limpida, netta, trasparente, cristallina), non «Terza», come se ci fossero una «Prima» e una «Seconda» morte. L'attenzione è mancata al compilatore del bollino Siae che accompagna ogni copia del libro a tutela del diritto d'autore, dove c'è scritto «Teresa morte», proprio «Teresa», come Teresa Desqueyroux o la Vispa Teresa. Devo dire che mi sto un po' spazientendo con tutti i libri di poesia che stanno uscendo. Finito lo sperimentalismo più o meno d'avanguardia, molta scrittura etichettata come «poesia» è, a guardar bene, prosa oscura, prosa che non comunica, e che subito si dimentica. Prendiamo Tersa morte, che è un libro serio e dolente, perché parla di lutti, di morte del fratello, della madre, del padre, e merita umano rispetto e umana condivisione. Ma è un libro di poesia, e di questo dobbiamo parlare: le condoglianze, sincere, sono su un altro piano. Dunque leggiamo: «Fotogramma del fratello morto, sbiadito/ nello specchio del bagno. Esco a prendere il pane/ ti ripeto nel bolo staccato a mezz'aria». Che cosa vuol dire «nel bolo staccato a mezz'aria»? Il «bolo» è il cibo masticato e insalivato per essere inghiottito; «staccato a mezz'aria» significa sospeso tra la lingua e il palato? Strana situazione. Oppure sputato e sospeso prima di cadere? Questione di igiene. E oltretutto è in tale «bolo» che il poeta ripete al fratello morto che sta uscendo a prendere il pane. Non capisco. Analisi di altre poesie condurrebbero a risultati analoghi. Del resto, Benedetti così conclude la poesia del «bolo»: «Non importa quello che si vede, non importa/ quello che si dice o quello che si scrive». E allora perché parlare, perché scrivere, perché leggere? Un tempo, quando «Lo Specchio» era la più importante collana di poesia (e ancor oggi nominalmente lo è), veniva pubblicato, per esempio, Aldo Borlenghi, poeta che siamo in pochi a ricordare e che aveva fatto arrabbiare Umberto Saba. Borlenghi, nel 1952, scriveva: «Sicura morte che il vento/ rimuove tra le piante,/ disordinata dentro l'orizzonte,/ quand'è chiuso il giorno mi affida/ d'un diverso passato». Oggi non si scriverebbe così, questa però è poesia, non solo per gli endecasillabi, ma per tutto l'impianto metaforico, simbolico: insomma, «formale». Sono versi che restano dentro, e infatti quella poesia di Borlenghi la conosco tutta a memoria (è di soli undici versi, niente paura). Si apprende che Mario Benedetti (Udine 1955) si è laureato con una tesi su Carlo Michelstaedter, il poeta filosofo suicidatosi a 23 anni nel 1910. Michelstaedter: «Onda per onda batte sullo scoglio [...] Anche il mare è un deserto senza vita,/ arido tristo fermo e affaticato/ – il mar che non è mare s'anche è mare». Sembra di coglierne un'eco in qualche verso di Benedetti: «Il mare non è l'acqua dello stare qui»; «Ci si dimentica di sé e il sosia ripete le onde del mare». (Benedetti introduce la figura del sosia, ma «io è un altro» l'aveva già detto il ragazzaccio di Charleville nel 1871). Tuttavia, come ha scritto Maria Adelaide Raschini nel primo (1988) e insuperato saggio su Michelstaedter filosofo (nuova e definitiva edizione, 2000), la poesia di Michelstaedter «diventa leggibile grazie alla sua personalità speculativa, nella quale essa trova i suoi riscontri significativi, e anche i suoi eccessi di pensosità». Ecco, quello che sembra mancare in Benedetti è almeno un contesto «speculativo», che giustifichi e organizzi i brandelli di pensieri e di parole.