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Quel pezzo d'Israele chiamato Nardò

Cesare Cavalleri mercoledì 26 agosto 2009
La luce, la luce. Per definire la luce che pervade le spiagge ioniche del Salento si è a corto di aggettivi. «Tersa» è la scelta più ovvia, perché la luce delle spiagge di Nardò è certamente «tersa», ma l'aggettivo è, per così dire, a due dimensioni, mentre bisognerebbe rendere anche lo spessore luminoso della terza dimensione. Viene in soccorso Montale, con «la luce specchiante del cielo» che suscita «bionde trasparenze» nel mare di Santa Maria al Bagno, preziosa come una gemma immersa in un'ambra liquida, libera di trascolorare.
Noi adesso percorriamo il lungomare da turisti incantati, a rischio di sindrome di Stendhal, ma non sempre è stato così. Proprio qui, a Santa Maria al Bagno, dove si giunge da Nardò attraverso una strada sontuosa di palme e di ville, tra il 1944 e il 1947 fu istallato il Campo profughi n. 34. Prima c'erano stati gli esuli slavi, che ebbero rapporti conflittuali con la popolazione locale per i furti e i commerci che avevano movimentato la convivenza. Poi giunsero gli ebrei, superstiti dai lager o comunque perseguitati politici: in grande maggioranza polacchi, ma anche cecoslovacchi, rumeni, ungheresi, austriaci, lituani, greci, turchi, russi e altri ancora. La autorità alleate, soprattutto inglesi, predisposero l'accoglienza requisendo case di vacanze e altri immobili, oltre ad allestire un vero e proprio campo. I profughi volevano raggiungere la Palestina, ma le difficoltà erano enormi, anche perché gli inglesi non vedevano molto di buon occhio la costituzione di uno Stato d'Israele. I neritini (questo è il nome esatto degli abitanti di Nardò) furono dapprima diffidenti, segnati dall'esperienza con gli slavi, ma i rapporti via via si fluidificarono, tanto che nel periodo vennero celebrati circa 400 matrimoni, anche con cittadini e cittadine del luogo.
Diverse migliaia di profughi transitarono nel Campo di Santa Maria al Bagno e negli altri Campi salentini. Quando il Campo n. 34, nel 1947, fu smantellato, i proprietari delle case poterono rientrare in possesso degli immobili, mentre le strutture provvisorie caddero rapidamente in abbandono. In una casetta ormai fatiscente sopravvissero tre murales di grandi dimensioni, molto significativi, opera dell'ebreo rumeno Zivi Miller, che aveva perduto moglie e figlia nei campi di sterminio e che in seguitò sposò una ragazza di Nardò. Nel primo è raffigurato il candelabro a sette braccia posato su un altare, con due soldati ebrei ai lati, e con la Stella di David all'interno di un sole, sullo sfondo. Nel secondo viene raccontata la storia degli ebrei, liberati dai campi di concentramento, raffigurati dal filo spinato al centro dell'Europa, fino all'arrivo in Santa Maria al Bagno o nel Salento, da cui riparte un lunghissimo corteo di persone che, elevando cartelli, si dirige verso la Terra promessa, rappresentata dalla stella di David e dalle palme del deserto.
Nel terzo, una madre con due bambini, al di qua di un posto di blocco, chiede invano a un soldato inglese di poter entrare in Gerusalemme. È un sintomo dell'ostilità alleata al trasferimento in Palestina.
Traggo queste informazione dall'interessantissimo volume di Mario Mennonna, Ebrei a Nardò (Congedo editore, pp. 132, euro 12), frutto di una scrupolosa ricerca d'archivio. I tre murales, adeguatamente restaurati, ora sono visibili nel nuovissimo Museo della Memoria a Santa Maria al Bagno, che accoglie preziosissime testimonianze fotografiche. Mario Mennonna è un autentico genius loci, appassionato della storia e dell'arte di Nardò, che sa descrivere con vivacità e pertinenza. Il museo è visitato anche da ex profughi e da loro discendenti, con la gratitudine per l'accoglienza ricevuta dai neritini in anni tragici, accoglienza per la quale il presidente Ciampi ha conferito il 27 gennaio 2005 alla città di Nardò la Medaglia d'oro al merito civile.