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Quegli umanisti nei monasteri che sapevano anche ridere

Roberto Righetto giovedì 22 giugno 2017
Ora, labora et lege: si potrebbe parafrasare così il famoso motto monastico, che nella sua formulazione giunta fino a noi (Ora et labora) finisce per trascurare un aspetto niente affatto minore dell'attività dei monaci medievali. Come diceva Isidoro di Siviglia: «Il servo di Dio deve incessantemente leggere, pregare e lavorare». Se è ben nota infatti l'opera di copiatura degli scrittori e filosofi classici del monachesimo occidentale, capace di salvare un'intera cultura e di tramandarla fino a noi, meno acclarato è il nesso della cultura monastica con l'amore per le lettere, tanto da poter parlare di un'influenza sul successivo Umanesimo. Certo, quella del monaco non era un'attività prevalentemente intellettuale e lo studio degli autori antichi era finalizzato alla crescita spirituale, ma ciò non ne sminuisce affatto il valore.
È questo il fulcro del libro Umanesimo e cultura monastica, pubblicato nel 1989 dall'editrice Jaca Book, il cui autore è stato uno dei più acuti studiosi a livello internazionale di tutto il fenomeno del monachesimo, nonché egli stesso monaco benedettino. Parliamo di Jean Leclercq, nato ad Avesnes in Francia nel 1911 e morto a Clervaux in Lussemburgo nel 1993. Il volume documenta come monasteri e conventi siano stati pieni di giovani affascinati dagli studia humanitatis: il chiostro dunque come scuola di umanesimo oltre che luogo in cui si impara a servire il Signore. Se il termine Umanesimo sarebbe nato solo nell'800 per definire la stagione di ritorno agli antichi fiorita in Italia a partire dal '400 e si riferisce all'amore e alla conoscenza della letteratura greca e latina in quanto capace di far crescere l'uomo, esso in realtà può essere tranquillamente applicato a tutti coloro che si sono dedicati a questo studio. Così si può parlare giustamente dell'Umanesimo di san Colombano come di quello di Petrarca. Il santo d'Irlanda che diffuse il cristianesimo in tutta Europa fra VI e VII secolo infatti rappresenta «il testimone dell'alto livello di studi latini nei primi monasteri irlandesi», come scrive lo storico Bieler, mentre l'altro storico Riché parla di Umanesimo benedettino a Bobbio.
Se già nei primi secoli della storia della Chiesa (di pensi a san Girolamo o a sant'Agostino) vi fu una diatriba a volte accesa sulla necessità o meno di studiare gli autori antichi, durante il Medioevo e soprattutto nei monasteri prevalse una mentalità sostanzialmente aperta. Ecco ad esempio Beda il Venerabile nell'VIII secolo ammirare «il connubio tra le lettere secolari e quelle divine o sacre», o san Bonifacio, apostolo della Germania, comporre un'Arte della grammatica nella cui prefazione sostiene che lo studio dei classici è indispensabile alla formazione religiosa. Ancora, Gerberto, divenuto poi papa col nome di Silvestro II (999-1003), che come direttore della scuola cattedrale di Reims ritiene «impossibile per i suoi allievi elevarsi all'arte oratoria senza conoscere le tecniche di elocuzione che si possono imparare soltanto leggendo i poeti». Lui stesso scrive commenti a Virgilio, Stazio, Terenzio, Giovenale ed Orazio. E se Paolo Diacono a Montecassino si scaglia contro le Muse perché distolgono dalla vita austera, per altro verso tesse gli elogi di Platone e Sallustio anche se avverte che non si devono leggere se non dopo aver pregato. Insomma, da Gregorio Magno fino ad Alcuino, emblema del Rinascimento carolingio, è tutto un susseguirsi di lodi verso la cultura classica e il buon Leclerq ripercorre quei secoli ingiustamente definiti bui portando un'enormità di testimonianze.
Senza dimenticare altre due sottolineature: come scrive Inos Biffi nell'introduzione, «gli scrittori monastici coltivavano l'hilaritas, con le forme letterarie dell'ironia e dell'umorismo». Furono anche autori satirici «che si sono divertiti», annota lo stesso Leclerq. In più l'umanista del Medioevo monastico «si sente in amicizia con tutto il creato: il cosmo e gli animali, che egli tende a idealizzare»: ben prima che iniziasse lo sfruttamento predatorio delle risorse naturali ed emergesse una coscienza ecologica in Occidente.