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Quando non c'erano gli spazzaneve la città diventava sotterranea

Maria Romana De Gasperi sabato 11 febbraio 2012
Questa mattina presto, sento il rumore stridente della sega che taglia qualcosa davanti alla mia finestra. Un uomo sospeso su una torretta alzata da un lungo braccio di ferro taglia senza pietà i rami del pino qui davanti. Di sotto le voci di chi governa questa mutilazione gridano: più su, anche quelli a destra, via. «No, quello no», dico sottovoce. I piccoli uccelli tra un mese cercheranno un appoggio e troveranno solo un povero tronco nudo e inospitale. Ci avevi messo tanti anni a crescere, pino del mare, per arrivare ad accarezzare le finestre di chi ti guardava. Il tuo peccato erano quei rami pesanti di aghi a mazzi non adatti alla neve, che ti rendevano fragile e allo stesso tempo pericoloso. Ora vedo le case spogliate della tua ombra e imbruttite nella loro nudità. Domani metterò una tenda a fiori alla mia finestra. La neve è nemica a una città che non la conosce e non la sa accogliere. La filippina appena arrivata dalla sua terra, nel vedere le strade imbiancate dalla prima nevicata: «Signora – gridò – vieni, tutto sale, tutto sale!». Nel mio paese quando scendono i primi fiocchi leggeri si fa festa, chi può esce a farsi coprire da quella luce nuova, gli anziani dietro i vetri aspettano il ricamo leggero che la neve lascia sulle lunghe braccia degli abeti come il merletto di Bruxelles che indossavano una volta le regine. Quando non esistevano ancora gli spazzaneve, mi raccontava la nonna che la piazza li di fronte, dopo una grande nevicata era ricoperta da quel mantello bianco, alto anche un metro e mezzo. Si facevano allora dei passaggi per chi doveva attraversarla e si riconoscevano le persone dal tipo del loro cappello: il fornaio che portava il pane a casa aveva un alto berretto con visiera, il postino un cappellaccio tirato fino sugli occhi, mentre il farmacista che era il più ricco portava un invidiato berretto di pelo. Nonna Ida aveva sposato molto giovane un uomo alto dagli occhi chiari e dal portamento sicuro che l'aveva molto amata, ma non le aveva mai permesso di indossare abiti colorati al di fuori del grigio, del blu a pallini bianchi, con qualche eccezione per il color tortora. Era una donna molto bella che aveva conservato fino ad età avanzata la sue treccia nera. La ricordo ricamare o più semplicemente fare qualche rammendo, come si usava allora, seduta davanti ad un tavolino che portava una collezione di fili di ogni colore. La finestra che le dava luce guardava sul grande giardino dove erano gli alberi da frutta, le file dei lampioni e le viti dell'uva da tavola. Tutto spariva sotto la neve quando lei mi raccontava la favola del principe azzurro che io credevo fosse il mio papà
che allora era in prigione per aver amato e difeso con troppa tenacia la libertà.