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PROSKÝNESIS

Rosanna Virgili martedì 31 maggio 2016
Per un inchino che l'ebreo Mardocheo si rifiutò di fare al suo visir, il Grande Re di Persia sigillò, per tutto il popolo di quel ribelle, un decreto di sterminio. Che punizione esagerata! Quale grave delitto comportava il mancato tributo di una proskýnesis? Non si trattava che di portare una mano alle labbra e soffiarvi un bacio. «Quando i Persiani si trovano per la strada si può capire il livello sociale delle persone che si incontrano: se uno è inferiore si inchina e tributa la proskýnesis al suo superiore» spiega Erodoto a proposito di un gesto che i greci non accettarono mai. E anche Gesù disse di no quando ebbe la proposta di avere tutti i regni della terra in cambio di una semplice, banalissima, proskýnesis! Significava, infatti, assoggettarsi a qualcuno come se fosse un dio, nella fattispecie si trattava del diavolo. Nelle nostre democrazie niente più dèi, né inchini, per fortuna. O no? Assistiamo a pubblici e onorati riti in cui perfino le statue dei santi debbono simbolicamente genuflettersi. E inchini più arcani che avvengono nell'ombra di circuiti chiusi. Capi piegati, mascherati di doveroso rispetto, baci mediatici mistificati. Nella difficile decisione di denunciare una dipendenza - verso le lobby del profitto economico - anche il silenzio val bene un inchino.