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Prosciutti e salami fanno ingrassare l'export nostrano

Andrea Zaghi domenica 5 ottobre 2014
I salumi italiani vincono nel mondo. In un momento difficile come quello che stiamo attraversando, una notizia come questa non è per nulla scontata e soprattutto fa bene alle speranze di ripresa. Certo, l'Italia non tornerà ad essere vincente solamente a forza di salami e prosciutti, ma che uno dei comparti più importanti dell'industria alimentare nazionale riesca a collezionare successi è il segno che, quando vogliamo, ci sappiamo ancora fare. E vinciamo.Prosciutti e salami, dunque, nel primo semestre del 2014 hanno – secondo i dati elaborati da Assica (Associazione Industriali delle Carni e dei Salumi aderente a Confindustria) su base Istat – messo in fila vendite all'estero per 70.630 tonnellate (+7%), per un corrispettivo di 590,8 mln di euro (+8,4%). È la conferma, dicono gli esperti, di quanto già accaduto nei primi tre mesi dell'anno e, anzi, è l'indice di una accelerazione delle vendite già registrato nel 2013. Non si tratta quindi di un lampo di mercato ma di qualcosa di forse più solido.I produttori sorridono, poi, anche per un altro fatto: i buoni risultati sono arrivati in un contesto di aumento delle barriere non tariffarie (in mercati importanti come Usa e Russia). In questo modo, il settore ha avuto un andamento migliore sia rispetto all'alimentare in generale (+2,9%) sia rispetto all'export complessivo del Paese (+1,4%).C'è tuttavia un rovescio della medaglia. Abbiamo venduto molto oltre confine, ma abbiamo anche comprato molto all'estero. Sempre stando ad Assica, infatti, le importazioni sono cresciute del 16,9% in quantità e dell'11,8% in valore per 91,5 milioni di euro. I tecnici, a dire il vero, precisano: ci sarebbe stato un errore di calcolo nelle importazioni dal Regno Unito. Ma la situazione non cambia di molto. A conti fatti, comunque, i prosciutti e i salumi nostrani vincono a tutto campo: il saldo positivo rimane attorno ai 500 milioni di euro (+8%). E la situazione potrebbeancora migliorare visto che si sta parlando di numeri fissati alla metà dell'anno in corso. Eppure, industrie e allevatori non abbassano molto la guardia. Non di solo export è fatto il mercato dei salumi italiani, mentre l'incognita delle barriere non tariffarie è sempre dietro l'angolo. Tutto senza contare i colpi bassi della concorrenza sleale (che usa il cosiddetto italian sounding per vendere prodotti di bassa qualità), e dei produttori truffaldini che spacciano cosce e salami di dubbia provenienza come cento per cento italiani. Ma rimane il dato positivo di fondo: salami, capocolli, San Daniele, Parma e quant'altro sono buoni, magari anche copiati, ma hanno successo e vincono ancora.