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Prodotti tipici, il primato italiano

Vittorio Spinelli sabato 11 settembre 2010
L'Italia agricola dei prodotti tipici cresce e coinvolge sempre più aziende e persone. È un dato importante, una bella notizia che vale forse di più per quello che rappresenta emotivamente che per il suo reale significato economico. Le informazioni sui prodotti tipici ci dicono che l'Italia agroalimentare conferma la sua capacità di saper produrre qualità, che questa qualità è riconosciuta dagli altri, magari anche imitata ma che soprattutto può trainare il resto della produzione agricola alle prese con problemi strutturali e di mercato, soprattutto interno, che in qualche modo devono essere risolti.
Guardiamo ai numeri. Secondo l'Istat, alla fine dello scorso anno i prodotti agroalimentari degni di fregiarsi di un marchio Dop (denominazione d'origine protetta), Igp (Indicazione geografica protetta) e Stg (Specialità tradizionale garantita) erano 194: ben 19 in più rispetto al 2008. I settori con più riconoscimenti sono gli ortofrutticoli e cereali (69 prodotti), gli oli extravergine di oliva (38), i formaggi (36) e le preparazioni di carni (32), mentre le carni e gli altri settori (altri prodotti di origine animale, aceti diversi dagli aceti di vino, prodotti di panetteria, spezie, oli essenziali e prodotti ittici) comprendono, rispettivamente, 3 e 16 specialità. Numeri di tutto rispetto, che fanno ancora una volta dell'Italia il primo Paese europeo per numero di riconoscimenti conseguiti. Mentre i prodotti tipici si confermano come una componente sempre più significativa della produzione agroalimentare nazionale e un fattore di competitività e identità delle realtà agricole locali.
Soprattutto però, sono cresciuti gli operatori coinvolti dal comparto. Sempre alla fine dell'anno erano esattamente 82.120 unità (+2,1% rispetto al 2008): il 92,6% di questi svolge esclusivamente attività di produzione, il 5,7% solo quella di trasformazione e il restante 1,7% effettua entrambe le attività. È però forse da questi ultimi numeri che si può scorgere una debolezza ma anche uno spazio di sviluppo. Sarebbe infatti utile una crescita delle imprese agricole che riescono anche a trasformare oltre che solamente produrre materia prima seppur a denominazione, piuttosto che essere costrette a vendere i loro prodotti tipici ad altri. Crescerebbe la porzione di valore aggiunto in mano al comparto primario. Proprio ciò che l'agricoltura in generale non riesce ancora a conquistare, anche se in questi ultimi tempi alcuni segnali positivi ci sono stati. È sempre l'Istat a delineare la situazione: nel secondo trimestre di quest'anno, è stata solo l'agricoltura a perdere valore aggiunto (-2,7%) rispetto alla crescita in termini congiunturali dell'industria e dei servizi. Senza contare il contemporaneo o quasi calo degli investimenti e l'aumento dei costi di produzione. Certo, su base annuale c'è stato un recupero dello 0,4%, ma nel 2009 il tracollo era stato del 5,2. Insomma, gli agricoltori hanno ben ragione di continuare ad essere preoccupati.