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Pregare e amare L'audacia della fede

Salvatore Mazza sabato 5 dicembre 2020
È opinione diffusa che, per fare strada nella vita, bisogna avere “qualche santo in paradiso”. Qualcuno che ci prenda sotto l'ala, che ci raccomandi, ci dia la classica spintarella. Senza, non si va da nessuna parte. Lo si chiami come si vuole, padrino, mentore, protettore, ma avere qualcuno che ci copra le spalle aiuta, eccome, questo pensiamo. E per trovarlo, in molti sono disposti a tutto, a sgomitare, a giocare sporco, a calpestare tutto e tutti. Crediamo che sia un vizio tipico italiano, ma non è così. Noi forse esageriamo, come in quasi tutte le cose, ma in realtà è così ovunque, sotto tutti i cieli del pianeta. Non sfuggono a questa logica distorta neppure gli uomini di chiesa, preti, vescovi o cardinali che siano. Benedetto XVI, e adesso Francesco, hanno ripetutamente condanno questa attitudine ed esortato i prelati a tenersi alla larga dal carrierismo, che fa letteralmente a pugni con la vocazione.
Ma il problema ancora esiste, come conferma purtroppo la cronaca, anche recente; e così sette giorni fa, nella Messa celebrata con i nuovi cardinali, Papa Francesco ha colto l'occasione per tornare un'altra volta a ribadire il concetto. Perché, ha chiesto Bergoglio, «vivere di pretese terrene? Perché affannarci per un po' di soldi, di fama, di successo, tutte cose che passano? Perché perdere tempo a lamentarci della notte, mentre ci aspetta la luce del giorno? Perché cercare “padrini” per avere una promozione e andare su, promuoverci nella carriera? Tutto passa. Vegliate, dice il Signore». Certo restare svegli non è facile, anzi è «difficile», e «durante l'ultima cena, tradirono Gesù; di notte si assopirono; al canto del gallo lo rinnegarono; al mattino lo lasciarono condannare a morte. Ma anche su di noi può scendere lo stesso torpore. C'è un sonno pericoloso: il sonno della mediocrità. Viene quando dimentichiamo il primo amore e andiamo avanti per inerzia, badando solo al quieto vivere. Ma senza slanci d'amore per Dio, senza attendere la sua novità, si diventa mediocri, tiepidi, mondani. E questo corrode la fede, perché la fede è il contrario della mediocrità: è desiderio ardente di Dio, è audacia continua di convertirsi, è coraggio di amare, è andare sempre avanti. La fede non è acqua che spegne, è fuoco che brucia; non è un calmante per chi è stressato, è una storia d'amore per chi è innamorato!». E Gesù «detesta più di ogni cosa la tiepidezza».
Il sonno della mediocrità, come lo chiama il Papa, è terribile. Contagioso. Pervasivo. Il rischio di diventare «mediocri, tiepidi, mondani», e farsi distrarre da «complotti», interessi personali e «tante vanità», è sempre altissimo. E per reagire alla mediocrità, per resistere alle sue tentazioni, è necessaria «la preghiera», che «ridesta dalla tiepidezza di una vita orizzontale, innalza lo sguardo verso l'alto, ci sintonizza con il Signore. La preghiera permette a Dio di starci vicino; perciò libera dalla solitudine e dà speranza». Allo stesso modo «la carità» è l'antidoto al secondo «sonno interiore» di cui è facile cadere vittime, ossia «il sonno dell'indifferenza» di chi «vede tutto uguale, come di notte, e non s'interessa di chi gli sta vicino», ma solo di se stesso. Perché «come non si può vivere senza battito, così non si può essere cristiani senza carità. A qualcuno sembra che provare compassione, aiutare, servire sia cosa da perdenti! In realtà è l'unica cosa vincente, perché è già proiettata al futuro, al giorno del Signore, quando tutto passerà e rimarrà solo l'amore». Pregare e amare, dunque. Senza queste due cose, semplicemente, non si è cristiani.