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Praz dall'inizio alla fine del '900

Alfonso Berardinelli venerdì 8 luglio 2022
Un conservatore, un viaggiatore, un collezionista, un misantropo o sociopatico vissuto nei decenni centrali del Novecento, i più rivoluzionari e distruttivi della storia umana: questo è stato Mario Praz (1896-1982), uno dei quattro o cinque più originali saggisti che ci ha lasciato in eredità il secolo scorso. Leggere anche solo qualche pagina di Praz, un paio di articoli o brevi saggi (il suo giornalismo costituisce almeno la metà della sua opera) ha un effetto benefico: rinfresca, calma, aiuta a respirare meglio. Con il titolo Misteri d'Italia (un po' troppo promettente) è appena uscito da Aragno un minuscolo libro con tre articoli di Praz e un profilo dell'autore tracciato da Giuseppe Balducci. Praz, come molti saggisti, è stato un maestro di stravaganze e di avventurose erudizioni, un esploratore di microcosmi e di quei labirintici itinerari di cui è fatta la Storia quando la si indaga e la si insegue senza illudersi di poterla illuminare e sintetizzare per via di grandi astrazioni concettuali. Praz è un istintivo nemico dei concetti a vantaggio degli oggetti e se gli viene in mente la filosofia è quando può farne un uso imprevisto e del tutto idiosincratico come in Filosofia dell'arredamento (1945, 1964), uno dei suoi volumi più famosi e preziosi. La generazione di Praz è quella che in Italia ha inaugurato il Novecento sottraendosi alla “dittatura” del Neoidealismo filosofico di Benedetto Croce. È la generazione di Sergio Solmi, che ripartì da Montaigne, inventore del saggio moderno; di Giacomo Debenedetti, che partì da Proust narratore saggistico; di Eugenio Montale, che sentì presto di avere profonde affinità con T.S. Eliot, il maggiore poeta saggista del Novecento. Dagli anni ottanta in poi, quando lo scientismo in proprio dei critici strutturalisti e semiologici crollò da un giorno all'altro, Praz e Debenedetti furono riscoperti come guide critiche esemplari proprio per il loro singolare e personalissimo stile: cioè per il loro modo di vivere il rapporto con la letteratura, gli scrittori, le arti, le scienze, facendo del leggere e dell'interpretare una vicenda aperta a ogni rischio come a ogni scoperta. Invece che tentare di definire in teoria “che cos'è la letteratura”, ne fecero esperienza, scrivendone il resoconto autobiografico