Rubriche

Povero l'eletto che nascerà dal ventriloquio delle urne

Fabrice Hadjadj domenica 23 aprile 2017
Per la Chiesa oggi è la domenica della misericordia e, per la Francia, quella del primo turno delle elezioni presidenziali. La coincidenza è veramente provvidenziale perché la misericordia è fatta per la miseria, e in questo caso, data la miseria estrema della situazione, mi sembra che solo la misericordia divina possa qualcosa. In francese abbiamo almeno quattro parole per dire ciò che sto per fare oggi e che è, almeno così pare, il mio grande dovere di cittadino: il voto, lo scrutinio, la voce e il suffragio. Il primo termine rimanda al voto religioso, al desiderio impotente o alla lampada di Aladino? Curioso è il fatto che questo voto debba essere pronunciato nell'isolamento di una cabina, come se si stesse facendo qualcosa di cui vergognarsi (esistono cabine analoghe per i peep-show). Beninteso, si tratta di proteggere il votante da ogni pressione esterna, ogni messa al bando da parte della tirannia del potere, dei media o della maggioranza. Tale protezione porta nondimeno a una contraddizione radicale: l'atto politico corrisponde per principio a una entrata nello spazio pubblico; questa entrata è invece di fatto un ritirarsi, un isolamento dell'individuo fondato sulla sua paura di apparire nell'agorà e di assumere la responsabilità delle sue scelte. E vorrebbero persuaderci che questo individualismo procedurale sia fondamento del bene comune. Lo scrutinio rievoca più direttamente ciò che si sta nascondendo. L'antica espressione francese par voie d'escrutine significa «con voto segreto». Il tardo latino scrutinium denota l'azione di cercare, di perquisire, di spogliare – come si dice oggi. Infatti la mia scheda, nella sua busta blu riciclabile, si ritrova nel mezzo di una moltitudine di altre buste blu riciclabili, un piccolo foglio perso in mezzo a 45 milioni di altri fogli simili. Posso star sicuro, tuttavia, che questa goccia d'acqua non sarà diluita nell'oceano, perché una serie di mani benevole procederanno alla sua ricerca, apriranno l'urna, scolleranno la busta e diranno il nome che ho inserito in modo anonimo. In francese votare si dice anche donner sa voix (letteralmente «dare la propria voce»).
Devo dedurre che questo è in verità il miglior modo di soffocarla. La cabina elettorale la imbavaglia, l'urna la inghiotte, nessuno ne sentirà mai né il tono né il timbro. Ho una bella voce, molto personale (il mio primo disco come cantautore esce proprio in questa settimana elettorale) ma non è tanto questo che ha importanza. È soprattutto che la democrazia ha bisogno di un luogo di discussione, dove le voci possano essere sentite, possano articolare argomenti e ascoltare quelli degli altri. In 45 milioni, mi si obietterà, il chiasso sarebbe enorme; oppure, se ci fossero turni per parlare anche solo cinque minuti, occorrerebbero 427 anni per arrivare in fondo, senza contare poi il tempo necessario per giungere a una decisione… Meditando sulla radio, Günther Anders ha sviluppato il concetto di "terza voce". La radio entra nelle case, si mette a funzionare all'ora di pranzo e le persone non conversano più tra loro attorno alla tavola: la loro voci, la prima e la seconda, tacciono, ed è la terza voce che echeggia, quella dell'assente che si rende tuttavia misteriosamente presente sulle onde. Ciascuno è reso muto, ma ciascuno può sentirsi una nuova Giovanna d'Arco, giacché sente le voci dell'aldilà che gli dettano cosa bisogna fare per la salvezza della Francia. Se mia moglie prova a parlarmi: Silenzio! Bisogna che io senta la voce, quella che viene dall'alto. È possibile che ancora si parli tra di noi, certo; ma le nostre conversazioni non riguardano qualcosa che ci tocca e su cui abbiamo un potere concreto, hanno invece per argomento i candidati. Ne parliamo come se li conoscessimo bene, conquistati dalla falsa familiarità che i media sono riusciti a produrre. Fillon è così, Mélenchon è cosà , Macron è questo e Marine (perché nel suo caso ci si può spingere fino a chiamarla per nome) è quello, ovviamente. Come un giusto contrappasso per la nostra disinvoltura nell'emettere giudizi definitivi sulle immagini dei candidati, le nostre "voci", raccolte in percentuali, saranno l'oggetto di un fantastico concorso di ventriloquio da parte dei commentatori politici. Parleranno delle nostre ragioni, quando non ce n'era probabilmente nessuna, quando la maggior parte dei voti saranno stati espressi per difetto e che c'era dunque più disperazione che ragione. Sarà il trionfo della terza voce che, in fin dei conti, non è quella di nessuno. Resta il suffragio. Tutti riconoscono il suffisso che si trova anche in naufragio. La parola viene dal verbo latino frangere («rompere», «fratturare») e dal prefisso sub («sotto»). E tutto ciò a cosa può far riferimento in questo caso? Al fatto di piegare il gomito e sollevare l'avambraccio, dicono gli etimologisti, o ancora più probabilmente al fatto di piegare il ginocchio, come gesto di fedeltà e sottomissione. Il suffragio è una genuflessione ed è per questo che tale termine è adoperato nel vocabolario ecclesiastico: per designare una forma di preghiera. Confesso che in questo senso parola mi appare molto adeguata: ci inginocchieremo per alcuni istanti davanti a un povero idolo che demoliremo nel seguito. Perché non sfugge nessuno che i francesi hanno l'abitudine di recitare sempre la stessa scena che fonda la loro modernità: non tanto l'avvento di una vera Repubblica, ma il fatto di avere un re e poi di decapitarlo, non senza ragione, secondo cicli variabili. Alla fine, al termine di queste elezioni, ci sarà l'eletto – e bisognerà comunque farci i conti. È uno dei passaggi che mettono a più dura prova la mia fede e mi provoca talvolta sudori freddi: Dio lo avrà permesso, Dio avrà permesso che il nuovo presidente sia il presidente, che sia l'eletto, non l'eletto di Dio, certo, ma il tollerato, fino a nuovo ordine. Per l'eletto, del resto, l'incantesimo finirà abbastanza rapidamente, se il disincanto non ha già preso il sopravvento fin dall'inizio, tanto il suo alto ruolo lo intrappolerà nelle costrizioni internazionali e nei punti di vista tecnocratici. Come non capire, stando così le cose, la tentazione di ritirarsi a coltivare il proprio giardino? È forse proprio questo ciò che ci resta. Ripartire dal basso. Da molto in basso. Da molto, molto in basso.