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Una foto, mille parole. Polvere di stelle: dentro l'infinito di Natale Zoppis

Giuseppe Matarazzo lunedì 8 aprile 2024

Uno scatto della serie "Rumori di paesaggi in polvere", nella mostra "Il rumore del tempo" ospitata dalla Bottega Cecé Casile di Milano

Scrivere con la luce. Ma anche con la polvere. Invisibili particelle che disegnano infiniti, paesaggi, cieli stellati. Luoghi magici che Natale Zoppis tira fuori dai suoi mondi di fotografo “appartato e rimuginante”. Un universo spazio-temporale che rapisce l’osservatore, sospeso in una dimensione onirica, dove non si capisce quando finisce la realtà e inizia la “finzione”, lungo “Il rumore del tempo". Questo il titolo della mostra dedicata all'artista di Verbania (classe 1952) che Cecé Casile ospita nella sua preziosa “Bottega” di via Solari, fino al 30 aprile (10-13 /15,30-19, sabato su appuntamento), lì dove la fotografia trova il suo spazio e definisce in qualche modo i suoi “confini”. L’infinito dentro una cornice.

Zoppis “accumula polvere su lastrine di vetro o di acetato, e la traduce in visioni che vanno da qui all’infinito, oltre i limiti posti dal minimo e dal massimo di visibilità possibile – scrive il critico Flaminio Gualdoni –. Certo, subito torna alla memoria l’Elevage de poussière di Duchamp, ma ciò che là era dismisura e alea, qui è una condizione, più che metrica, temporale: Zoppis non trova ma cerca, mostra un cosmo là dove particelle minime si distribuiscono, costituendo un universo autre. La tensione concettuale del lavoro è straordinaria, e la sua inamenità non è respingente, bensì una condizione diversa di durata, d’intensità. La segretezza di questo lavoro è la condizione necessaria del suo silenzio ricercato, che si assapora lontano da ogni distrazione mondana”.

In un allestimento essenziale e profondo, nello stile di Casile, ecco scorrere Rumori di paesaggi in polvere, Indagini sull’infinito e La storie delle cose. Il nostro sguardo viene catturato da una grande immagine: una collina puntellata di vegetazione e un cielo completamente bianco. Sembra un paesaggio di Giacomelli. Ma è di Zoppis. Ed è un paesaggio della stessa sostanza dei sogni. “Ho sovrapposto accumuli di polvere a vetri rotti, lasciando che fosse la polvere, posata sulle rotture del vetro, a disegnare un confine, un orizzonte”. Così il profilo del paesaggio, il “taglio” netto fra cielo e terra, si scrive con la luce e la polvere. Lo stesso per il giorno e la notte. E la notte è un cielo stellato, una via lattea di particelle di polvere depositate “su piccoli vetri o piccoli fogli di acetato. Dai vetrini, scansionati e portati in negativo ottenendo delle porzioni di infinito”. Polvere di stelle.

Zoppis cita il filologo Giovanni Semerano e il suo libro L’Infinito: un equivoco millenario: “Il termine apeiron, che compare nel frammento di Anassimandro 'L’uomo viene dall’apeiron e all’apeiron ritorna', è stato tradotto da Aristotele in poi con 'infinito'. Ma apeiron, mostra Semerano, viene dall’accadico eperu, che significa polvere, fango, terra come il semitico apar e l’ebraico aphar. Il frammento di Anassimandro va quindi interpretato come 'L’uomo nasce dalla polvere e polvere tornerà'. Traduzione in cui sono evidenti le assonanze con il testo biblico. Questo mio lavoro nasce proprio su questo rapporto tra polvere e infinito". Con la consapevolezza che - usando le parole di Walter Benjamin - "le idee intrattengono con le cose un rapporto simile a quello che c’è tra le immagini delle stelle e le stelle. (…). Le idee sono costellazioni eterne”. Da Cecé Casile si può viaggiare nel tempo e nello spazio con le costellazioni di idee e di polvere di Zoppis.

Una foto e 541 parole.