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Perché tutti lodano il diktat di Zingaretti contro l'obiezione di coscienza?

Pier Giorgio Liverani domenica 29 giugno 2014
Il tentativo autoritario (e illegale) del Governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, di costringere i medici obiettori a svolgere anche le mansioni non direttamente collegate, ma preparatorie dell'aborto, è stato salutato con entusiasmo e giubilo dai quotidiani laicisti. Per loro, come per la recente sentenza della Corte Costituzionale, valgono i (presunti) diritti degli adulti contro i diritti (reali) degli infanti. La Repubblica, per esempio, fa un titolo che sembra un sospiro di sollievo: «Aborto, basta obiettori» (mercoledì 25). Il Fatto Quotidiano si produce in una specie di sentenza: «Legge 194: obiettare su tutto non è un diritto» (giovedì 26), ma è sbagliata, perché l'obiettore può astenersi da tutte le azioni, anche se burocratiche e formali, che preparano o conducono all'aborto (vedi art. 9 della Legge). «Scelta corretta», è un titolo dell'Unità (martedì 24) al commento di una Signora che è professore ordinario dell'Università di Milano, ma scrive che la Legge 194 «garantisce l'obiezione di coscienza ai medici limitatamente al momento dell'interruzione della gravidanza entro limiti rigorosi» e, invece, l'articolo 9 precisa che non solo i medici, ma anche «il personale sanitario ed ausiliare (infermieri e portantini) non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7». Il Manifesto riferisce che con il suo diktat «Zingaretti mette i paletti ai medici obiettori» e li vorrebbe costringere anche a fornire la pillola del giorno dopo, a inserire la spirale e a rilasciare il "passi" per l'aborto, mentre certamente i suoi "paletti" sono abusivi, perché l'ordinanza è contraria alla legge. Scrive bene Giuliano Ferrara su Il Foglio (giovedì 26): «Così, con uso basso del cinismo, si rovescia completamente il paradigma della libertà di coscienza nel suo opposto simmetrico: il politicamente e ideologicamente e deontologicamente corretto». Infatti, «l'obiezione di coscienza è l'ultima frontiera che mette il mondo al riparo, almeno un poco, da una completa sordità morale di fronte all'espropriazione della vita, del suo senso e del suo annichilimento nel seno di chi la dà».SE IL DOLORE È BUONOSotto un "occhiello" che dice "Straparlando" e sembra voler squalificare ciò che c'è scritto sotto, La Repubblica pubblica (domenica 22) un'intervista a Umberto Veronesi, di cui mette in risalto il concetto di fondo: «Non c'è nulla di buono nel dolore, bisogna combatterlo senza tregua». Giusta la conclusione, discutibile la prima affermazione. Anche lasciando da parte la sublimazione del dolore che è la fede a suggerire (per esempio nel martirio, ma non solo), qualcosa di "buono" è possibile trovare nel dolore. Pensiamo a chi in guerra si sacrifica per la salvezza degli altri, ai partigiani che preferirono la tortura alla delazione, alle madri che accettano lo strazio del parto, a chi accetta, per amore del prossimo, di donare un proprio organo, al malato che non vuole perdere la coscienza per tanti possibili e validi motivi, all'atleta in allenamento e anche ai dolori dello spirito, per esempio al rimorso o alla prigionia accettata, che aiutano a una conversione di vita. Perché escludere a priori qualche valore nel dolore fisico, che certamente va combattuto, e in quello della coscienza o dell'anima che può salvare?SAN FRANCESCO COMUNISTA?Su l'Unità un'intera pagina è dedicata alla «leggenda di San Francesco», anzi a «quel comunista, a quel militante comunista di San Francesco», che «nella condizione comune della moltitudine scoprì la potenza ontologica di una nuova società» (ma forse erano i comunisti che volevano sembrare francescani).