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Per sport e oltre: la grande bellezza della prima volta

Mauro Berruto mercoledì 14 giugno 2017
Il mondo dello sport è un generatore, senza soluzione di continuità, di storie meravigliose e di gioventù che avanza. A differenza di tanti altri mondi dove per i giovani è difficile emergere, lo sport fa sì che ci si sottoponga regolarmente a un fisiologico richiamo alla necessità di un ricambio generazionale.
Il fascino della prima volta, insomma. Certo l'età media degli atleti si è alzata, sicuramente anche nel mondo dello sport la maturità aiuta a raggiungere certi traguardi, ma (fortunatamente) ogni tanto arriva qualche atleta o qualche squadra che ci ricorda che al talento puro, alla forza fisica, all'energia, alla passione e alla capacità di sognare non c'è limite.
L'inizio di questo canto alla "bellezza della prima volta" è dedicato a Jelena Ostapenko, nata a Riga, in Lettonia, vent'anni fa. Il teatro della sua impresa è il Roland Garros, Parigi, uno dei più prestigiosi tornei di tennis del mondo. Un torneo totalizzante anche per me, al quale ancora rimprovero di avermi sottratto ore di studio e fatto perdere qualche voto a un esame all'Università, nel lontano 1989, perché ipnotizzato da Michael Chang che vinse eleminando il campionissimo Ivan Lendl, alternando battute da sotto a banane ingollate negli intervalli della partita. Se l'edizione 2017 del Roland Garros ha sancito, nel torneo maschile, la decima vittoria di Rafael Nadal, il torneo femminile ha visto trionfare la giovanissima Jelena, che solo sei anni fa stringeva fra le mani il trofeo dell'Avvenire (guarda un po') di Milano. Prima di lei altri dodici tennisti, fra cui Jennifer Capriati e Martina Hingis, sono stati capaci di siglare questa curiosa doppietta: Torneo dell'Avvenire-Torneo del Grande Slam.
La seconda ode alla "bellezza della prima volta" è invece dedicata a una squadra di calcio: il Trepça '89 di Mitrovica, capoluogo del Kosovo del nord. Questo club sarà il primo a rappresentare il Kosovo nella prossima Champions League. La scorsa estate era stata la prima volta ai Giochi Olimpici per questo Paese (autoproclamatosi indipendente nel 2008). Addirittura la portabandiera, la judoka Majilinda Kelmendi, divenne la prima medaglia d'oro kosovara, battendo proprio la nostra azzurra Odette Giuffrida.
Kelmendi, che in passato aveva rifiutato offerte milionarie per competere sotto la bandiera di altri Paesi aveva dichiarato quel giorno: «Ero giovane ma sapevo che il mio Paese aveva bisogno di me per farsi conoscere. E sapevo che io potevo farlo meglio e più facilmente di altri. Oggi sono felicissima che questa medaglia sia per il Kosovo, che non sia finita nelle mani di un altro Paese, perché credetemi, non ci sono soldi, non ci sono milioni al mondo che possono farti sentire come mi sento io, oggi. Puoi anche avere dei miliardi in banca, ma questo non significa che la gente ti rispetterà». Adesso tocca al calcio dopo che, solo tre anni fa, l'Uefa aprì un procedimento disciplinare nei confronti del Bayern Monaco per uno striscione apparso in tribuna, proprio durante una partita di Champions League con la scritta «No al razzismo, sì al Kosovo», chiedendo il riconoscimento del Paese balcanico da parte della Fifa.
Nel maggio scorso sia Uefa che Fifa lo hanno effettivamente fatto e ora sarà la squadra della città di Mitrovica, famosa per la sua divisione etnica, a portare il Kosovo nella più importante manifestazione calcistica europea. Una città divisa dal fiume Ibar: a sud il 96% degli abitanti è albanese, a nord il 93% è serbo. Una speranza è così affidata a un pallone: unire laddove la storia ha generato divisioni.