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Passato, presente o futuro? Al conflitto del tempo si oppone il «memento vivere»

Alfonso Berardinelli sabato 27 giugno 2009
In una serie di discussioni pubbliche a cui ho partecipato negli ultimi tempi, si finiva spesso per parlare di presente, passato e futuro. Alcuni insistevano sul fatto che il presente è molto decaduto rispetto al passato e che trent'anni fa c'erano scrittori molto migliori di oggi. Al che la maggior parte degli autori presenti si ribellava dicendo che chi ragiona così è "padrista", cioè un idolatra di quello che erano i padri, a tutto svantaggio dei figli. In questa protesta c'è un principio morale giusto: bisogna ricordarsi di capire e amare i propri contemporanei: questa infatti è la cosa impegnativa e responsabile: mentre chi ama chi non c'è più, vive di amori immaginari, i defunti non ti chiedono niente, ti lasciano libero di amare, in realtà, solo te stesso, in loro nome.
«Si tratta di punti di vista» obiettò un altro. Come possiamo capire e valutare il presente se non dal punto di vista del passato? Il passato sappiamo cos'è, mentre il presente ci sta addosso, ci acceca e ci trascina. Per arrivare a capire che vita è quella attuale, dobbiamo confrontarla con quella vissuta in passato.
Qualcun altro sostenne che bisogna vivere per un futuro migliore. Ma nessuno può modificare il futuro, dato che non c'è ancora e non sappiamo come sarà. Il solo modo di avere un futuro migliore è migliorare il presente. Solo il presente infatti esiste. La parola d'ordine più morale dovrebbe quindi essere questa: ORA! È ora che posso far vivere il passato. È ora che posso occuparmi del futuro, di per sé inaccessibile. Se faccio qualcosa di buono, aiuto il futuro a migliorare. Se scelgo il peggio, peggioro non solo il futuro ma anche il passato: «La bruttezza presente ha valore retroattivo» scrisse Karl Kraus. Quanto al presente vi consiglio di leggere il libro di Pierre Hadot, Ricordati di vivere. Goethe e la tradizione degli esercizi spirituali (Cortina editore).