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Parole e didascalie, il neo-ermetismo di Iacuzzi

Cesare Cavalleri mercoledì 24 ottobre 2018
Si può forse parlare di neo-ermetismo per la nuova raccolta di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Folla delle vene (Corsiero, pagine 84, euro 13), interprete e curatore dell'opera di Piero Bigongiari, a sua volta poeta ermetico - almeno nel senso di difficile leggibilità - di seconda generazione. Se il lavoro poetico di Giuseppe Ungaretti è legato dal sottotitolo Vita di un uomo, quello di Iacuzzi (l'accostamento è preterintenzionale) è unificato dalla collana La vita a quadri, di cui Folla delle vene è il numero 5, dominato dal colore rosa. Incuriosiscono le Didascalie che scandiscono le diverse parti del libro. Una didascalia dovrebbe spiegare qualcosa, a margine di un dipinto, di una partitura. Qui non spiegano niente né di ciò che precede né di ciò che segue, sono poesie a sé stanti, alcune in forma di sonetto, altre in quartine, tutte senza rime e senza endecasillabi. Didascalie, però, sono anche le indicazioni per il coro nel teatro greco, e qui di collettivo non c'è nulla, se non la "folla" e le "vene" che stanno nel titolo.
"Folla delle vene": che vuol dire? È quasi un ossimoro, perché le vene, quantunque numerose, non sono in folla, bensì in compagine strutturalmente ordinata. "Folla" e "vene", tuttavia, sembrano parole chiave, inseguiamole per qualche pagina. Quasi subito incontriamo «se ci ferirà / le mani il freddo nella folla delle vene»: se le vene in folla sono quella della mano, l'immagine del titolo ne è rimpiccolita. Poco dopo, abbiamo «i palpiti / della folla. Le vene della città che sale e che scende». Catacresi efficace, con reminiscenze futuriste di Umberto Boccioni (La città che sale, 1910-1911), però banalizzate da «e che scende»: avanguardia con scendiletto.
Il trittico La bici con le scarpe è un ricordo familiare che allude allo Iacuzzi di Jacquerie (2000) e di Patricidio (2004). In uno stanzino che funge da vestibolo dove sfilarsi le scarpe, c'è un quadro (una foto?) di due fidanzati (i genitori, I suppose) in bicicletta, «fissi dentro / il museo che di me affiora», splendida immagine che fa anche da titolo alla "Didascalia" di pagina 13. In un rovesciamento di genitorialità («Io che mai potrei partorirvi»), il legame si stringe, «Natura di loro solo intuita», natura che «dorme sepolta». Ma il legame genealogico, rafforzato in linea materna nella Meditazione sopra "Il mosaico di Teodora" a Ravenna, si estende anche ai padri culturali, cioè Mario Luzi e Piero Bigongiari, nella Meditazione sopra "La vergine delle Rocce" di Leonardo, dove il poeta e un amico, bambini («Mia madre che incontra tua madre»), «entrano» nel quadro come Gesù e san Giovannino, per poi ritrovarsi adulti a immedesimarsi coi maestri: «Noi che abbiamo avuto due madri e nessun padre. / Con i capelli d'argento a Firenze mentre piano piano / saremo le forme di Mario e di Piero. Maestri uno / all'altro. Dioscuri o solo gemelli. Ora si disfano qui / le genealogie. E le altre geniture accadono. Alte».
Con l'aiuto del risvolto di copertina, apprendiamo che Il tempo degli amici - che Pasquale Di Palmo, nella Nota critica finale, definisce «una delle sezioni più lancinanti del libro» ("lancinanti"?) - apprendiamo che si tratta di alcuni poeti in viaggio da Marsiglia a Pistoia per incontrarne altri e tradursi a vicenda. Sono nove poesie che si aprono in anafora con lo stesso verso: «Non c'è più tempo amici per le cose». Finalmente un endecasillabo, a lungo sospirato! Con quel tanto di foucaultiano che è entrato nell'immaginario collettivo, si prende atto che non è più il tempo delle cose (del fare), ma delle parole, cioè d'una ricerca di precaria salvezza attraverso un discorrere che vuol farsi poesia. Sul Mont Ventoux, non Petrarca, ma Marco Pantani arranca in Magliarosa Frankenstein. Il rischio della contaminazione può generare mostri.