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Pannocchie

Guido Oldani giovedì 23 gennaio 2014
Facevo le prime classi delle elementari, erano tempi da libro Cuore, Pinocchio e dei vari c'era una volta. Da noi le coltivazioni di granoturco erano abbondanti. Ai primi di settembre si faceva il raccolto e tra le canne del mais, si dice, ci si possa nascondere un puledro in piedi. È il tempo in cui, in queste coltivazioni si celano anche i fagiani, che al tramonto escono per pasturare, senza sapere che fra poco inizierà l'implacabile stagione venatoria, con le micidiali doppiette scoppiettanti. I ragazzi prendevano qualche pannocchia e, attraversatala per il lungo con una bacchetta di ferro, la rosolavano come uno spiedo fra due mattoni, tra i quali veniva acceso un focherello. Ci si sentiva protagonisti di coraggiose avventure in un far west che si realizzava poi nella periferia milanese. Qualcosa a cavallo fra i ragazzi della via Paal e gli spazi naturali di Henry Thoreau. Un giorno di quelli, invasato da mille fantasie, entrai in uno di quei campi, colsi due o tre pannocchie ed incominciai il rito: rovesciai all'indietro le foglie dell'involucro, le strappai con qualche fatica, tolsi anche quella sorta di barba che emerge dall'apice della pannocchia e… via verso casa, felice per quella che mi sembrava una cacciagrossa. Invece dello spiedo, mi accolse mia madre. Disse che non sapeva di avere un figlio ladro, che non tornassi mai più con una simile refurtiva. Non trattenne il mais neppure per le galline: lo buttai; siamo gente fatta così.