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Orte, Parigi, l'apocalisse: scorre come in un film la città secondo Trione

Alfonso Berardinelli venerdì 5 dicembre 2014
Invece che spaventare, l'enorme volume che Vincenzo Trione ha dedicato all'Effetto città (Bompiani, pagine 832, euro 58) fa l'effetto di una città: attira con le sue varie e sfavillanti promesse. Il volume è graficamente pregevole, comodamente leggibile sia nell'impaginazione e nella stampa che nello stile: eccitante, nitido, veloce. Belle e utili le illustrazioni. Come dice il sottotitolo vi si parla di “arte / cinema / modernità”, con un sapiente, prensile uso dell'abbondantissima bibliografia critica. Nel capitolo di apertura compare Pasolini, che in una trasmissione televisiva del 1974 parla di «forma della città» e come esempio da commentare sceglie Orte, un modello estetico della tradizione italiana: quando il rapporto tra forma della città e ambiente naturale era perfettamente equilibrato. La modernità nasce come distruzione di questo equilibrio formale umanistico. È il passaggio dalla “polis” classica e dal centro abitato medievale all'«informe urbano contemporaneo». Ricordo di aver visto quel filmato, con Pasolini che loda la forma “assoluta” della vecchia Orte. Era evidente la violenza disperata delle sue nostalgie per l'Italia del passato, che si trasformava tradendo se stessa. Ma come artista lo stesso Pasolini aveva usato stilisticamente più lo shock, la lacerazione e la dissipazione che l'equilibrio formale. Lui stesso era stato attratto dalla Roma informe delle periferie e non da quella dei palazzi e della chiese. Il vero discorso sulla città moderna non può che cominciare perciò che con gli scritti di Benjamin su Parigi capitale del XIX secolo e su Baudelaire poeta di Parigi. Ecco l'«attrazione per la grande città come labirinto proliferante», ecco la frastornante molteplicità, la metropoli come «grande e abbacinante condensatore di caos, spettacolare e avvolgente iconosfera». La città moderna sembra fatta apposta per il cinema, preannuncia e partorisce il cinema, che diventerà per tutto il Novecento la sola arte tecnicamente adeguata a sostenere e celebrare l'esperienza della vita urbana. E oggi? Trione apre così l'ultimo capitolo del suo libro: «Ci stiamo approssimando a una fine imminente. Viviamo immersi nell'epica di un possibile disastro». Gli artisti diventano neoapocalittici. Direbbe Franco Fortini: «Vogliono farci paura, ma noi abbiamo già paura».