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Oltre l'agonismo (saper perdere)

Mauro Berruto mercoledì 11 novembre 2020
Nella mia carriera di allenatore, per due volte ho avuto la fortuna e l’incredibile onore di rappresentare il nostro Paese ai Giochi Olimpici. La prima volta ad Atene, nel 2004, là dove i Giochi erano nati, la seconda a Londra nel 2012, dove i Giochi tornavano per la terza volta. Due edizioni molto diverse fra di loro terminate con due medaglie e, soprattutto, con la stessa sensazione: aver vissuto per tre settimane dentro a un’utopia, il Villaggio Olimpico. Centinaia di volte mi sono sorpreso a pensare a quanto sarebbe migliore il mondo se quei diecimila atleti, tecnici, membri di staff che hanno avuto, almeno in un’occasione, la possibilità di vivere quell’esperienza potessero diventare politici o ambasciatori dei loro Paesi. Oltre alla forma mentis caratteristica degli sportivi, ovvero gente abituata al rispetto dell’avversario, delle regole, degli arbitri, chi ha vissuto un pezzetto della sua vita nel Villaggio Olimpico sa che le utopie possono diventare realtà. Vedere una star del basket che guadagna milioni di dollari in fila, alla mensa, rispettosamente dietro a un lottatore afgano, guardare le bandiere di Paesi in guerra esposte, nel reciproco rispetto, a poche finestre di distanza, percepire come una comunità, unita dalla bellezza di un’esperienza indimenticabile, possa annullare ogni differenza legata al colore della pelle, al genere, al reddito, al credo religioso è una sensazione così poco abituale che è difficile persino spiegarla. Di certo si può spiegare il suo contrario, ovvero quella grottesca messinscena dell’attuale inquilino della Casa Bianca che insiste in un’infantile non–accettazione della realtà. Un rapporto con la sconfitta imbarazzante, che chiunque abbia fatto sport, non può non considerare pericolosamente ridicola. Certo, si dirà, con buona pace del barone Pierre de Coubertin, anche coloro che i Giochi li inventarono non erano esattamente orientati alla sola partecipazione. Friedrich Nietzsche in un breve saggio del 1873, descriva così il sentimento agonistico della Grecia arcaica: «I Greci, gli esseri più dotati di sentire umano nel tempo antico, hanno connaturato un tratto di ferocia, di desiderio di annientamento che li rende simili a tigri. È agonismo che accomuna l’astio che il vasaio prova per il vasaio, l’invidia del mendicante per il mendicante e il conflitto fra cantore e l’altro cantore». Certo, Agón nell’antica Grecia è un fuoco sacro che batte nel petto di ogni essere umano, tuttavia questo spirito feroce conduce verso l’areté, la virtù, la capacità di saper fare bene una cosa o un gesto. E questa virtù si manifesta nella vittoria e, soprattutto, nella sconfitta. Nell’attesa (probabilmente vana) di quel bel gesto, saluto anch’io il presidente eletto degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, un uomo che con lo sport ha sempre manifestato un ottimo rapporto. Buon segnale.