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No, questa non è la città della gioia

Mauro Armanino martedì 14 maggio 2019
Non fatevi ingannare dagli edifici a piani e dai cavalcavia dai nomi epici. Niamey è una città immaginata dalla sabbia. Ospiterà tra un paio di mesi l'Assemblea dell'Unione Africana e per questo arrivano in tanti a truccarla da capitale comune. Qualche hotel di lusso, un'università islamica a piani girevoli, snodi stradali che inseguono la direzione e l'ordinanza municipale che impone ai mendicanti di passare all'invisibilità dal primo di maggio. La festa dei lavoratori ha coinciso con la pulizia delle strade, cominciata dagli allievi della Scuola Nazionale della Gendarmeria e continuata dai cittadini stranieri suddivisi per nazionalità di provenienza. Alcuni cittadini locali sono assunti a ore e col gilet-verde-ecologico, lavorano di notte per liberare le strade dalla sabbia che la mattina seguente rispunta, fresca di giornata, appena un po' più in là. Niamey è in realtà una città di sabbia che passando dai ministeri, aggirando le rotonde e facilitando il digiuno ben prima e ben oltre il mese di Ramadan, si infiamma solo per l'esplosione di una cisterna di benzina: 60 i morti accertati e alcune decine gli ustionati gravi, ancora in pericolo di vita. Terminato il lutto nazionale, c'è da giurarlo, sarà ancora la sabbia a coprire le rotaie del treno, anch'esso di sabbia, che mai raggiungerà la sua stazione di arrivo nella città di Dosso. Solo per un attimo, in quella drammatica esplosione, la città reale era apparsa. La città che sopravvive di niente, perché tutto spera dalla clemenza della sabbia divina.
Non fatevi ingannare dalle strade a doppia corsia separate da lampioni coi pannelli solari. Niamey è una città presa in ostaggio dalla sabbia. Immaginate l'università che porta il nome di un luminare nell'uso civile dell'energia solare. Abdou Moumouni che, legato com'era al suo popolo, pianse il giorno del suo dottorato in Francia pensando agli innumerevoli fratelli africani che non avevano avuto la sua stessa sorte. Il pianto di Moumouni è adesso duplice. Il primo per l'Università che offende un nome che meriterebbe ben altro che mesi senza corsi e anni accademici senza fine. L'altro pianto è per l'irregolarità dell'erogazione dell'energia elettrica che, con oltre 40 gradi di temperatura, costringe i cittadini a una quotidiana sfida con la propria resilienza cardiaca. Provate ad ammalarvi e vedrete. Se avrete la fortuna di non incappare nell'ultimo sciopero del personale curante, potreste trovarvi con l'inevitabile panne allo strumento che provvede le ecografie e sarete inviati in una delle cliniche private gestite dal dottore incontrato all'Ospedale Nazionale. Nel caso di epidemie dovreste sperare che il vaccino prescritto non sia contraffatto e sostituito da placebo la cui efficacia è com'è noto problematica. Per fortuna la circolazione delle auto è stata resa più sicura dalla cintura di sicurezza ormai obbligatoria, quella alimentare, invece, non è a tutt'oggi ancora assicurata.
Non fatevi ingannare dalla promessa di arrivare puntuali al lavoro o all'incontro fissato la sera prima. Niamey è una città fondata sulla sabbia. Senza preavviso parte o arriva il Presidente della Settima Repubblica del Paese. Due ore prima del suo imprevedibile arrivo, o passaggio, le strade saranno ermeticamente chiuse e ogni rischio per l'incolumità del Presidente reso nullo. Così come l'inizio del lavoro al ministero e l'importante riunione dell'ultima organizzazione sbarcata nel campo umanitario che com'è noto, grazie alla sabbia prospera e si rigenera. I migranti, ad esempio, sono da tutti corteggiati, una volta fermati e resi inoffensivi. La salute, il ritorno libero al Paese di partenza, la sensibilizzazione sui rischi e le disavventure della migrazione, formazioni di arti e mestieri e, non ultimo, i loro diritti umani confiscati. Giornalisti, ricercatori, esperti, antropologi, religiosi, commercianti e cercatori d'oro, tutti uniti attorno ai migranti per consolarli e soprattutto addomesticarli. I rifugiati, poi, prescelti e salvati dal programmato e sostenuto inferno libico, sono portati nella sabbia di Niamey dove rimarranno mesi o anni prima di arrivare al paradiso che si prenderà cura di loro. Si è formata per loro da non molto, una città, che non è quella della gioia ma è fatta di casette prefabbricate, in legno e protette, naturalmente, da un muro di sabbia.
Niamey, maggio 2019