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Niccolò V, mecenate che “ridisegnò” la città di Roma

Gianni Gennari sabato 17 settembre 2022
Si chiamava Tommaso Parentucelli: nato nel 1397 a Sarzana, studia a Bologna, è segretario del vescovo, cardinale Niccolò Albergati, cui succede nel 1444. A dicembre 1446 è cardinale e eletto il 6 marzo 1447 si chiama Niccolò V. Tempi duri…Nel 1449 a Basilea spunta persino un antipapa, Felice V. Tra Francia e Inghilterra è guerra: lui lavora per la pace. Nel 1448 giunge al Concordato di Vienna con l'imperatore e per festeggiare indice il Giubileo del 1450. A Roma fronteggia la ribellione di Stefano Porcari, più volte perdonato e alla fine giustiziato a Castel Sant'Angelo il 9 gennaio 1453. Ma a maggio Costantinopoli cade in mano ai Turchi di Maometto II. Nel Nord inviò Niccolò Cusano e Giovanni da Capestrano a fronteggiare l'eresia ussita. Grande mecenate, amante di cultura e manoscritti antichi fa tradurre tutto Aristotele dall'arabo, la lingua in cui in gran parte ci è giunto, chiamò a Roma un gruppo di uomini di cultura tra cui Lorenzo Valla e Poggio Bracciolini. Chiama anche Gentile da Fabriano, Benozzo Gozzoli, Leon Battista Alberti e il Beato Angelico. Con i proventi del Giubileo rifonda Roma, restaura la Basilica di San Pietro e costruisce il nuovo Palazzo Vaticano, lasciando stabilmente il Laterano. Fu sua l'idea di creare una Biblioteca dei Papi. Parola sua: «Due cose farebbe s'egli mai potesse spendere, in libri e in murare». Inviò messi pontifici a comprare sui mercati di allora tutti i manoscritti possibili. Alla sua elezione ce n'erano 350, alla sua morte 1.235, 824 latini e 411 greci. Lo chiamarono «lume della Chiesa di Dio e de' secoli sua». Fece demolire l'antica Basilica di san Pietro, e cominciò la nuova con una grande piazza. I cronisti parlano di un afflusso enorme al Giubileo: «Grandissimo numero d'oltremontani e nostrali...che parevano formiche a vedere…». La penuria di alloggi e di viveri fece molte vittime, e in città scoppiò di nuovo la peste: «Ogni casa era albergo e non bastava, e rimanevano a dormire per le banche morti di freddo». Il Papa espose le reliquie dei santi Pietro e Paolo, e come usciva la gente da San Pietro esso dava la benedizione e l'indulgenza: e questo faceva perché la gente abbondava tanto che affamava Roma. E con tutto ciò quando il Papa faceva la benedizione era piena la piazza e San Pietro e il monte di Nerone e le vigne. Fino all'Ascensione fu così, poi la peste fece strage: «Morivano talmente che ogni casa era piena tra malati e morti, e cascavano per le strade come cani…bruciati dalla calla e dalla polvere». La giornata di Pentecoste fu solenne anche per la canonizzazione di San Bernardino: vennero a Roma 3.500 frati tutti insieme, e persino santa Rita da Cascia. Ma la peste riprese con ferocia e Niccolò scappò a Fabriano: si rinchiuse in un castello, coi suoi libri e con i suoi umanisti, comminando la scomunica a chi venendo a trovarlo passava per luoghi ove era la peste, con rischio di contagio…In autunno tornò a Roma, e scrisse un ringraziamento solenne: «In questo santo Giubileo Noi abbiamo visto coi nostri occhi come la misericordia di Dio ha plasmato con il fuoco dello Spirito Santo la moltitudine di fedeli di Cristo che sono venuti a visitare le tombe degli Apostoli, attratti soltanto dalla speranza del perdono. La Grazia di Dio li ha purificati e resi idonei a questo grande dono». Ma alla sera del 19 dicembre su Ponte Sant'Angelo, intasato di baracche, chioschi, tavoli di bottega e di una folla enorme, alcuni cavalli imbizzarriti provocarono una strage, con 172 morti. Fu, per Niccolò, come la fine di un sogno, e hanno scritto che non si riprese più fino alla morte, che arrivò dopo altre disgrazie, tra cui massima la nuova presa di Costantinopoli da parte dei Turchi, il 24 marzo 1455. Povero Niccolò? Sì, ma quella Piazza, quel Palazzo, e quella Biblioteca sono anche gloria sua!